Scott McTominay

Il clamore degli stolti: Scott McTominay non era un miraggio, era un profeta

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Scritto da Diego Catalano

21 Marzo 2026

Vi ricordate? Naturalmente vi ricordate. Era la primavera del 2025, il Napoli aveva appena cucito sul petto il quarto scudetto della sua storia, e già fioriva – copiosa, puntuale, implacabile come una malapianta – la letteratura dei ridimensionatori. Quella congrega di osservatori che, incapaci di accettare la grandezza quando la vedono, si affrettano a declassarla, a circoscriverla, a ridurla a fenomeno temporaneo, ad accidente statistico, a equivoco stagionale. 

La diagnosi, pronunciata con l’aplomb di chi si crede Arrigo Sacchi e ragiona come un tifoso da bar, era già bell’e pronta: Scott McTominay, one season wonder. Lui che aveva firmato il tricolore con quella giocata che è ancora viva nella mente e che fa pulsare il cuore come una locomotiva a vapore. Un fuoco di paglia, dicevano. Un funambolo della circostanza, asserivano con tono solenne. Un centrocampista di talento ordinario che aveva avuto la ventura di capitare nel posto giusto al momento giusto, sotto un allenatore straordinario, in un campionato che – si sa – non è la Premier League. Ebbene, a costoro non resta che il silenzio. E se il silenzio non bastasse, resta la conta dei gol.

Napoli

Scott McTominay – I numeri, quelli veri, non quelli di comodo

Lo scozzese, col gol-lampo di ieri sera, ha raggiunto quota 19 segnature in 59 presenze in Serie A con il Napoli. Dicianannove reti. Lo stesso numero esatto realizzato in maglia Manchester United nel corso di un’intera carriera in Premier League. Ma in più del triplo degli incontri: 178. Centosettantotto partite contro cinquantanove. Chi vuole continuare a parlare di one season wonder è pregato di farlo armato di questa cifra, difendendosi dall’ovvia obiezione che essa genera: come si chiama, in gergo tecnico, un centrocampista che replica o supera la propria produzione offensiva di una vita in un terzo del tempo?

Si chiama un giocatore superiore. Si chiama un centrocampista totale. Si chiama un uomo che ha trovato il contesto ideale non per nascondersi, ma per rivelarsi.

Scott McTominay – La seconda stagione, quella dei vili pretesti

I detrattori d’ordinanza avevano già pronto il contrappasso: la seconda stagione sarebbe stata la prova del fuoco, la cartina di tornasole, la verifica impietosa. E la seconda stagione è arrivata, con tutto il suo corredo di avversità. Il Napoli di quest’anno è stato un ospedale da campo che giocava a calcio. Lukaku, Neres, Lobotka a intermittenza, Rrahmani mai pienamente a disposizione, Meret, Anguissa, De Bruyne, perfino Vergara quando era finalmente in rampa di lancio: una lista di infortunati che si è allungata fin dalle prime settimane di agosto, lasciando Conte a fare i conti con un organico decimato, mai al completo, costretto a inventarsi soluzioni di emergenza giornata dopo giornata. Chiunque avrebbe potuto nascondersi nell’anonimato del collettivo malconcio, accomodarsi nel refrain del “siamo in difficoltà”, mimetizzarsi nella mediocrità di chi aspetta tempi migliori.

McTominay – che di problemi fisici pure ne ha dovuti affrontare un bel po’ in questa stagione che culminerà nei mondiale in cui proprio lui, con un gol da cineteca, ha portato la Scozia –  invece ha deciso di fare l’esatto contrario. Ha preso sulle spalle una squadra che barcollava e l’ha trascinata. Non con proclami. Con i gol. Con la presenza fisica. Con la forza mentale e morale. Con il coraggio di chi gioca ogni pallone come se fosse l’ultimo.

Inter - Napoli 2026

L’Inter lo sa. L’Inter lo sa bene

Se volete una sintesi cristallina di ciò che Scott McTominay rappresenta per questo Napoli, andate a interrogare i libri mastri dei nerazzurri. Andate a San Siro e al Maradona. Lo scozzese ha segnato in tre diverse partite contro l’Inter in Serie A, diventando per i nerazzurri un autentico incubo ricorrente. Nell’anno dello scudetto ha marchiato il territorio, a Milano. Nell’ottobre 2025, nella vittoria casalinga del Napoli per 3-1, McTominay ha messo a segno il 2-0 con un destro al volo dal limite dell’area di potenza e precisione disarmanti. Nel gennaio 2026, a San Siro, con il Napoli sotto due volte, ha firmato una doppietta che ha strappato il pareggio per 2-2, venendo eletto MVP dell’incontro. Conte è stato espulso, il risultato ondeggiava, la pressione era schiacciante: lui ha risposto segnando. Due volte. Come se la difficoltà fosse il suo habitat naturale.

Il pubblico napoletano lo ha visto mantenere la calma anche quando, sul secondo gol contro l’Inter nell’ottobre 2025, è stato abbagliato dai riflettori e ha perso il controllo di un pallone alzato troppo: anziché fermarsi, ha deciso di tirare comunque, e la palla è finita in rete. Questo è il segno dei grandi. Questa è la differenza tra chi gioca e chi decide.

Un centrocampista totale. Non un’etichetta: una realtà

Si fa presto a dire “centrocampista completo”. Lo dicono di tutti, è la formula di rito con cui si tappa la bocca alla necessità di pensare. Ma nel caso di McTominay la formula è reale, verificabile, misurabile in ogni sua componente. È un giocatore duttile e forte fisicamente, capace di agire sia da trequartista che da mediano, abile nel recupero palla, nei contrasti e nel posizionamento, capace di attaccare gli spazi, saltare l’uomo e controllare la sfera.

È, in una parola, un calciatore che risolve problemi anziché crearne. È diventato il primo giocatore del Napoli ad andare in doppia cifra di partecipazioni attive al gol in ciascuna delle ultime due stagioni di Serie A. Non in una sola. In tutte e due. Di fila. Con squadre diverse intorno a lui, con avversità diverse da fronteggiare. Qualcuno vuole ancora sostenere la tesi del one season wonder? Prego, si accomodi. Ma sappia che dovrà farlo guardando questi numeri negli occhi, e i numeri, diversamente dai ciarlatani, non mentono mai. Tanto vi dovevamo.


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Partenopeo, misantropo, progger talebano
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Vi ricordate? Naturalmente vi ricordate. Era la primavera del 2025, il Napoli aveva appena cucito sul petto il quarto scudetto della sua storia, e già fioriva – copiosa, puntuale, implacabile come una malapianta – la letteratura dei ridimensionatori. Quella congrega di osservatori che, incapaci di accettare la grandezza quando la vedono, si affrettano a declassarla, a circoscriverla, a ridurla a fenomeno temporaneo, ad accidente statistico, a equivoco stagionale. 

La diagnosi, pronunciata con l’aplomb di chi si crede Arrigo Sacchi e ragiona come un tifoso da bar, era già bell’e pronta: Scott McTominay, one season wonder. Lui che aveva firmato il tricolore con quella giocata che è ancora viva nella mente e che fa pulsare il cuore come una locomotiva a vapore. Un fuoco di paglia, dicevano. Un funambolo della circostanza, asserivano con tono solenne. Un centrocampista di talento ordinario che aveva avuto la ventura di capitare nel posto giusto al momento giusto, sotto un allenatore straordinario, in un campionato che – si sa – non è la Premier League. Ebbene, a costoro non resta che il silenzio. E se il silenzio non bastasse, resta la conta dei gol.

Napoli

Scott McTominay – I numeri, quelli veri, non quelli di comodo

Lo scozzese, col gol-lampo di ieri sera, ha raggiunto quota 19 segnature in 59 presenze in Serie A con il Napoli. Dicianannove reti. Lo stesso numero esatto realizzato in maglia Manchester United nel corso di un’intera carriera in Premier League. Ma in più del triplo degli incontri: 178. Centosettantotto partite contro cinquantanove. Chi vuole continuare a parlare di one season wonder è pregato di farlo armato di questa cifra, difendendosi dall’ovvia obiezione che essa genera: come si chiama, in gergo tecnico, un centrocampista che replica o supera la propria produzione offensiva di una vita in un terzo del tempo?

Si chiama un giocatore superiore. Si chiama un centrocampista totale. Si chiama un uomo che ha trovato il contesto ideale non per nascondersi, ma per rivelarsi.

Scott McTominay – La seconda stagione, quella dei vili pretesti

I detrattori d’ordinanza avevano già pronto il contrappasso: la seconda stagione sarebbe stata la prova del fuoco, la cartina di tornasole, la verifica impietosa. E la seconda stagione è arrivata, con tutto il suo corredo di avversità. Il Napoli di quest’anno è stato un ospedale da campo che giocava a calcio. Lukaku, Neres, Lobotka a intermittenza, Rrahmani mai pienamente a disposizione, Meret, Anguissa, De Bruyne, perfino Vergara quando era finalmente in rampa di lancio: una lista di infortunati che si è allungata fin dalle prime settimane di agosto, lasciando Conte a fare i conti con un organico decimato, mai al completo, costretto a inventarsi soluzioni di emergenza giornata dopo giornata. Chiunque avrebbe potuto nascondersi nell’anonimato del collettivo malconcio, accomodarsi nel refrain del “siamo in difficoltà”, mimetizzarsi nella mediocrità di chi aspetta tempi migliori.

McTominay – che di problemi fisici pure ne ha dovuti affrontare un bel po’ in questa stagione che culminerà nei mondiale in cui proprio lui, con un gol da cineteca, ha portato la Scozia –  invece ha deciso di fare l’esatto contrario. Ha preso sulle spalle una squadra che barcollava e l’ha trascinata. Non con proclami. Con i gol. Con la presenza fisica. Con la forza mentale e morale. Con il coraggio di chi gioca ogni pallone come se fosse l’ultimo.

Inter - Napoli 2026

L’Inter lo sa. L’Inter lo sa bene

Se volete una sintesi cristallina di ciò che Scott McTominay rappresenta per questo Napoli, andate a interrogare i libri mastri dei nerazzurri. Andate a San Siro e al Maradona. Lo scozzese ha segnato in tre diverse partite contro l’Inter in Serie A, diventando per i nerazzurri un autentico incubo ricorrente. Nell’anno dello scudetto ha marchiato il territorio, a Milano. Nell’ottobre 2025, nella vittoria casalinga del Napoli per 3-1, McTominay ha messo a segno il 2-0 con un destro al volo dal limite dell’area di potenza e precisione disarmanti. Nel gennaio 2026, a San Siro, con il Napoli sotto due volte, ha firmato una doppietta che ha strappato il pareggio per 2-2, venendo eletto MVP dell’incontro. Conte è stato espulso, il risultato ondeggiava, la pressione era schiacciante: lui ha risposto segnando. Due volte. Come se la difficoltà fosse il suo habitat naturale.

Il pubblico napoletano lo ha visto mantenere la calma anche quando, sul secondo gol contro l’Inter nell’ottobre 2025, è stato abbagliato dai riflettori e ha perso il controllo di un pallone alzato troppo: anziché fermarsi, ha deciso di tirare comunque, e la palla è finita in rete. Questo è il segno dei grandi. Questa è la differenza tra chi gioca e chi decide.

Un centrocampista totale. Non un’etichetta: una realtà

Si fa presto a dire “centrocampista completo”. Lo dicono di tutti, è la formula di rito con cui si tappa la bocca alla necessità di pensare. Ma nel caso di McTominay la formula è reale, verificabile, misurabile in ogni sua componente. È un giocatore duttile e forte fisicamente, capace di agire sia da trequartista che da mediano, abile nel recupero palla, nei contrasti e nel posizionamento, capace di attaccare gli spazi, saltare l’uomo e controllare la sfera.

È, in una parola, un calciatore che risolve problemi anziché crearne. È diventato il primo giocatore del Napoli ad andare in doppia cifra di partecipazioni attive al gol in ciascuna delle ultime due stagioni di Serie A. Non in una sola. In tutte e due. Di fila. Con squadre diverse intorno a lui, con avversità diverse da fronteggiare. Qualcuno vuole ancora sostenere la tesi del one season wonder? Prego, si accomodi. Ma sappia che dovrà farlo guardando questi numeri negli occhi, e i numeri, diversamente dai ciarlatani, non mentono mai. Tanto vi dovevamo.


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