È inutile cercare attenuanti o indulgere in narrazioni consolatorie: il Napoli sta avviandosi alla conclusione del campionato 2025-2026 nel modo peggiore possibile. E lo fa proprio nel momento in cui l’emergenza, pur non essendo del tutto rientrata – basti pensare alle quattro assenze ancora registrate nell’ultima uscita – non rappresenta più quell’alibi stringente che, fino a poche settimane fa, mordeva alle caviglie della squadra.
Il dato più allarmante, infatti, non è tanto l’organico ridotto, quanto lo smarrimento identitario. Questo Napoli ha perso la propria bussola, ha smarrito quella fisionomia combattiva che ne aveva contraddistinto il percorso: una squadra capace di lottare su ogni pallone, di sopperire alle lacune nel gioco attraverso applicazione mentale e spirito competitivo. Una squadra che, anche nelle difficoltà, riusciva a strappare risultati. Oggi, invece, tutto questo sembra essersi dissolto. Ed è successo di botto.

Napoli – Lazio: manifesto di una crisi mentale
Le parole di Leonardo Spinazzola nel post-partita sono emblematiche: il pareggio di Parma ha rappresentato uno spartiacque psicologico, il classico episodio che spegne la luce. E quella luce, oggi, appare smorzata in ogni reparto: nei calciatori, certo, ma anche in chi è chiamato a guidarli.
Antonio Conte, nella sfida del Maradona, non ha offerto una lettura tattica all’altezza. Al contrario, Maurizio Sarri – ex di turno – ha letteralmente incartato il Napoli, imponendo per novanta minuti un dominio tanto netto quanto umiliante. Il dato che fotografa la portata del disastro è impietoso: per la prima volta dopo ventuno anni, il Napoli non è riuscito a centrare lo specchio della porta nell’arco di un’intera partita tra le mura amiche.
Un numero che inchioda l’allenatore alle proprie responsabilità, ma che non assolve affatto i singoli. Perché il calcio non è solo organizzazione, non è soltanto occupazione razionale degli spazi: è anche guizzo, intuizione, capacità individuale di spezzare l’equilibrio. E ieri, sotto questo profilo, il vuoto è stato totale.
Kevin De Bruyne è apparso abulico, lontano parente del fuoriclasse che tutti si attendono; Frank Zambo Anguissa – riferimento imprescindibile nella prima parte di stagione – si è smarrito in una prestazione opaca; Scott McTominay ha smarrito ordine e pulizia, perdendo palloni sanguinosi. Lobotka s’è snaturato perdendo incisività. Si salva, a fatica, il solo Matteo Politano, mentre il resto della squadra ha offerto una prova complessivamente inaccettabile. Anche il reparto difensivo ha mostrato crepe evidenti: Buongiorno distratto, Olivera irriconoscibile, Beukema sovrastato dagli esterni avversari.
Il quadro che ne viene fuori è quello di un disastro compiuto, che rischia concretamente di compromettere anche il secondo posto. Un piazzamento che potrebbe già sfumare, qualora il Milan dovesse imporsi sul Verona, cosa assai probabile visto che gli scaligeri sono a un passo dall’inferno della Serie B. La qualificazione alla Champions League, invece, resta al momento al riparo solo per l’ampio margine su Como e Roma, distanti otto punti a cinque giornate dal termine: un vantaggio che rende improbabile una rimonta, ma che non può essere utilizzato come anestetico.

Antonio Conte, Enzo Ferrari e Benedetto Croce
In questo contesto, hanno fatto discutere le parole di Antonio Conte nel pre-partita, quando ha affermato che “il secondo è il primo dei perdenti”. Una frase che ha generato polemiche sterili e, in molti casi, francamente superficiali. Si tratta, infatti, di una massima attribuita a Enzo Ferrari, figura tutt’altro che marginale, ma autentica colonna dello sport e dell’industria italiana. La citazione contiana non aveva fini maliziosi né puntava a degradare i suoi uomini come invece hanno fatto notare certi soloni dalla lingua biforcuta e del costrutto limitato.
Conte, per quanto visto in campo, merita critiche severe: per l’impostazione della gara, per le scelte, per la gestione dei cambi. Ma non può essere accusato di aver espresso un concetto pragmatico. Il suo è il ragionamento di chi ambisce al vertice: una volta sfumato l’obiettivo primario, la differenza tra secondo e quarto posto – entrambi utili per l’accesso in Champions – perde di significato nella logica del vincente. Non è un messaggio demotivazionale, bensì una constatazione lucida, che qualcuno ha strumentalizzato per alimentare polemiche funzionali più al consenso che alla comprensione.
A tal proposito, torna utile richiamare una riflessione di Benedetto Croce: “la critica è un fucile molto bello, ma deve sparare poco”, sosteneva il filosofo. Un monito che conserva intatta la sua attualità. La critica preconcetta, sistematica, finalizzata a solleticare gli umori della piazza, finisce per svuotare di credibilità chi la esercita. Il giochetto è vecchio e scoperto.
Il Napoli ha bisogno di analisi, anche dure, ma fondate. Analisi che andranno sviluppate con rigore nei prossimi giorni, per pianificare la stagione 2026-2027. Stagione che, peraltro, potrebbe non vedere Conte ancora in panchina. Ciò che invece appare deontologicamente discutibile è l’utilizzo della crisi come strumento di propaganda, come leva per alimentare un consenso costruito sulla rabbia.
Noi non ci sottrarremo al giudizio. Conte, per quanto visto contro la Lazio e già a Parma, è il primo responsabile dello scempio tattico. Ma il nostro sarà un giudizio nel merito, non una requisitoria preventiva. Perché raccontare il Napoli non significa cavalcarne le cadute, ma provare a spiegarle.
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