Un certo tipo d racconto sportivo italiano non passa mai di moda. Ovvero quello del pregiudizio usa e getta. Si prende, si adatta, si indossa a seconda della convenienza del momento. Non per capire, ma per riempire spazi, costruire narrazioni facili e, soprattutto, alimentare quell’egocentrismo che spesso sostituisce la ragione. È in questo clima che prosperano i professionisti dell’indignazione a tempo determinato, sempre pronti a tuffarsi – con entusiasmo sospetto – nelle polemiche più comode. Non importa se i fatti smentiscono, se le ammissioni arrivano, se qualcuno prova persino a fare autocritica: il copione resta lo stesso. A Spinazzola e ad Antonio Conte si chiede di assumersi responsabilità, salvo poi liquidare ogni spiegazione come fumo negli occhi. Senza disdegnare francesismi come “balle da circostanza”.

La narrazione su Antonio Conte e l’incoerenza dei narratori
Il paradosso diventa grottesco quando si osserva la memoria corta di certa critica: chi ieri demoliva Sarri, lo scorso sabato lo ha addirittura santificato, non per coerenza, ma per avere un’arma in più contro Antonio Conte. Non è analisi, è opportunismo travestito da opinione. E nello stesso teatrino si inserisce l’ultima accusa: Conte non parla più in conferenza stampa. Apriti cielo. Ma la domanda vera è un’altra: perché dovrebbe continuare a farlo? Per offrire nuovo materiale a interpretazioni creative, per alimentare il circuito delle mezze frasi estrapolate e dei titoli forzati?
Antonio Conte e l’avvertimento estivo ignorato da tutti
Eppure, le basi c’erano tutte. A Dimaro, dopo appena due giorni di ritiro, era stato detto chiaramente: “stagione difficile”. Gruppo con nuovi innesti da costruire. Niente prime donne. Concetti semplici, lineari, persino prevedibili. Ma ignorati. Troppo poco funzionali alla narrazione del momento che già allora decantava la semifinale Champions come obiettivo.
Così si è preferito imboccare la scorciatoia: cori da stadio trasformati in analisi (“Lucca lo ha voluto lui”), responsabilità distribuite a senso unico, e una stagione raccontata come il fallimento personale di un allenatore. I 40 infortuni? Colpa sua. La rosa costosa? Mal gestita. Poco importa se lo stesso Conte aveva già ridimensionato aspettative e qualità dell’organico, salvando – guarda caso – un solo nome: Kevin De Bruyne. Il quale anch’egli è stato definitivamente bocciato dopo le ultime due battute d’arresto ma questo è un altro discorso che andrebbe fatto a parte.

E quando, infine, si prova ad alzare lo sguardo – parlando di riforme, di programmazione, di un sistema italiano da rifondare – ecco l’ennesima distorsione: non più un’analisi, ma una presunta autocandidatura come CT della nazionale. Perché tutto deve rientrare nello schema della polemica, anche ciò che polemica non è.
Ma dopo un decorso del genere qualcuno di voi al suo posto si presenterebbe in sala stampa? Per dare ulteriore adito a fantasie ed equivoci che il giorno dopo vengono puntualmente amplificati dalla carta stampata? Ha davvero senso continuare a esporsi in un contesto che trasforma ogni parola in un pretesto? O forse il silenzio, in mezzo a tanto rumore, resta l’unica forma di coerenza possibile?
Seguici sui nostri social: clicca qui per saperne di più