Questi ragazzi hanno vinto 4-0, ma – a ben vedere – non avevano nulla da dimostrare. Né loro, né tantomeno il loro tecnico, Antonio Conte. Il legame con la maglia azzurra e il senso di appartenenza, forgiati in una stagione segnata da infortuni e difficoltà di ogni tipo, sono stati evidenti lungo tutto il percorso. Hanno resistito, settimana dopo settimana, a ostacoli e sfortuna, senza mai smarrire identità e dignità.
Napoli – La risposta del campo e della gente
Due prestazioni opache, per quanto deludenti, non possono né devono scalfire la stima e il valore costruiti con fatica. Sarebbe un giudizio superficiale, se non addirittura ingeneroso. La risposta alle critiche – spesso futili, talvolta francamente deplorevoli – non è arrivata a parole, ma dai fatti: dalle curve, dalla sciarpata che ha aperto la gara, da uno stadio gremito in ogni ordine di posto, in netto contrasto con chi, alla prima difficoltà, aveva già voltato le spalle dopo la sconfitta contro la Lazio.

L’hanno data anche quei gruppi troppo spesso etichettati con leggerezza – gli ultras – accusati da sempre di secondi fini. Hanno, invece, dimostrato di essere tra i pochi ad aver compreso davvero il sacrificio e il sudore di questa squadra. Hanno risposto con presenza, calore e coerenza, senza distinguere tra vittorie scintillanti e sconfitte amare. “Anche se saranno guai, non ti lasceremo mai”: un coro che suona come una dichiarazione di fedeltà, ma anche come una replica diretta a un certo pregiudizio diffuso.
Napoli e il cortocircuito del racconto mediatico
E qui si arriva al punto più scomodo. Perché il rumore di fondo, quello davvero stonato, non proveniva dai bar o dalle chiacchiere del sabato sera, né da improvvisati opinionisti in cerca di visibilità. No, arrivava da chi dovrebbe maneggiare le parole con responsabilità: una parte del giornalismo partenopeo che, troppo spesso, confonde l’analisi con il protagonismo, la critica con l’invettiva.
C’è una differenza sostanziale tra raccontare e orientare, tra informare e alimentare polemiche. Quando questa linea si perde, ciò che resta è un esercizio sterile di visibilità, fatto di giudizi affrettati e narrazioni costruite più per dividere che per spiegare. Non è questione di essere indulgenti: la critica è necessaria, ma deve essere onesta, coerente e, soprattutto, competente.

Scaricare frustrazioni personali attraverso microfoni e social non è giornalismo, è esibizionismo travestito da opinione. E, cosa ancor più grave, finisce per svilire una professione che dovrebbe avere ben altra statura. Chi ha una storia alle spalle dovrebbe sentirne il peso, non usarla come scudo per giustificare derive sempre più lontane da ogni rigore intellettuale.
Forse il punto non è ciò che questa squadra doveva dimostrare – perché lo ha già fatto – ma ciò che certi narratori dovrebbero finalmente imparare: la credibilità non si costruisce urlando più forte degli altri, ma avendo qualcosa di serio da dire.
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