C’è qualcosa di intrigante – per certi versi controcorrente – nel Como costruito da Cesc Fàbregas. In un campionato spesso dominato da pragmatismo e gestione dell’errore, la sua squadra prova a imporre un’idea riconoscibile, quasi didattica, di calcio: controllo, relazione tecnica, coraggio nel palleggio. Non sempre funziona, ma è proprio questo il punto.
Il possesso come principio difensivo
Il Como di Fàbregas nasce da un principio chiaro: la palla come strumento difensivo oltre che offensivo. La costruzione dal basso non è un vezzo estetico, ma una necessità strutturale. Il portiere diventa il primo regista, i centrali si aprono, il mediano si abbassa o si smarca in zona luce. L’obiettivo è attirare pressione per manipolare lo spazio, non semplicemente per superarla. È un’idea profondamente “posizionale”, figlia di una scuola che Fàbregas ha assorbito tra Barcellona, Arsenal e nazionale spagnola.
Gli esterni restano larghi, le mezzali lavorano tra le linee, mentre il centravanti funge più da connettore che da terminale puro. Non è un attacco verticale, ma associativo: si entra in area attraverso combinazioni, non attraverso transizioni violente. Questo rende il Como piacevole da vedere, ma talvolta prevedibile contro difese basse e compatte.

Tra pressing e vulnerabilità strutturale
Il vero banco di prova, però, è la fase di non possesso. Qui emerge la tensione tra ideale e realtà. Fàbregas chiede pressione alta e riaggressione immediata, ma senza una struttura difensiva consolidata alle spalle, il pressing rischia di diventare disorganico. Se la prima linea viene saltata, la squadra fatica a ricompattarsi, lasciando metri e corridoi sfruttabili.
Un approccio che espone inevitabilmente a delle crepe. Il rischio tecnico è alto, non per la qualità della rosa ma per la lucidità che serve a sostenere ritmi cognitivi così elevati. Quando la catena si spezza – un controllo sbagliato, una linea di passaggio chiusa – il Como si ritrova vulnerabile, spesso con molti uomini sotto la linea della palla.
In fase di sviluppo, la squadra cerca ampiezza e occupazione razionale degli spazi.

È sostenibile questo calcio nel lungo periodo? La risposta, forse, sta nel processo più che nel risultato. Il Como è una squadra che trova punti importanti quando funge da laboratorio tattico, non sempre quando dovrebbe vestire i panni dello schiacciasassi. Fàbregas sta provando a costruire una cultura calcistica, non solo un sistema di gioco. E questo richiede tempo, errori, adattamenti.
In un panorama spesso schiacciato sull’immediato, il suo Como rappresenta un’anomalia interessante: una squadra che accetta il rischio per affermare un’identità. Non è detto che basti per vincere sempre. Ma è abbastanza per lasciare un segno.
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