A Napoli, è avvenuta una trasformazione silenziosa ma profondissima. Una mutazione culturale che ha cambiato il modo stesso di vivere il calcio. Siamo passati dall’orgoglio viscerale della maglia – da quella fame popolare, identitaria, quasi patriottica, di difendere il Napoli contro tutto e tutti – ad una sofisticata pretesa estetica: vincere non basta, bisogna farlo con un calcio champagne. Possibilmente dominando, divertendo, convincendo. E se questo non accade, allora anche la vittoria diventa insufficiente.
È qui che nasce il grande equivoco che sta avvelenando il dibattito attorno ad Antonio Conte.
Da Pisa a domenica: una settimana di passione
Le dichiarazioni del tecnico nel post-partita di Pisa hanno scatenato il solito teatro delle interpretazioni. C’è chi vi ha letto un addio imminente, chi una provocazione, chi un messaggio alla società. Ma il punto non è nemmeno questo. Il punto è il riflesso quasi liberatorio con cui una certa parte dell’opinione pubblica napoletana – soprattutto quella travestita da élite calcistica – ha accolto quelle parole. Come se finalmente si intravedesse la possibilità di tornare a parlare di “bel gioco”, di restaurare un’estetica ritenuta superiore, di liberarsi di un allenatore considerato troppo duro, troppo pragmatico, troppo distante dall’idea romantica di calcio che alcuni continuano ostinatamente a inseguire.

E sia chiaro: i tifosi hanno tutto il diritto di preferire un calcio rispetto a un altro. Il tifoso vive di passione, istinto, appartenenza. Può amare Farioli, sognare Klopp, immaginare Guardiola. Può perfino rimpiangere per sempre Luciano Spalletti e il calcio scintillante dello scudetto del 2023. È naturale. È umano. Più difficile da accettare è invece l’atteggiamento di certa stampa locale e di certi opinionisti che per due anni hanno recitato la parte dei giudici supremi, nascondendo dietro un’apparente imparzialità un pregiudizio mai realmente sopito verso Conte.
In the name of your ego
Un pregiudizio alimentato non dai risultati, non dalla crescita mentale della squadra, non dalla ricostruzione di un ambiente che dopo lo scudetto rischiava di implodere, ma esclusivamente da un’idea ideologica di calcio. Perché il vero contributo di Antonio Conte a Napoli non si misura soltanto nei punti, nelle vittorie o nella classifica. Si misura nella mentalità. Nella restituzione di una cultura del lavoro, della disciplina, della compattezza. Nella ricostruzione di una squadra che, dopo l’addio di Spalletti e il caos gestionale successivo, aveva perso riferimenti, fame e direzione. Ma questo in molti fanno finta di non vederlo.
Perché ammetterlo significherebbe riconoscere che il calcio reale non vive solo di poesia tattica e di costruzioni dal basso applaudite nei salotti televisivi. Vive soprattutto di continuità, struttura, credibilità interna. Tutte cose che richiedono tempo. E il tempo, a Napoli, sembra essere diventato il primo nemico. Così oggi l’establishment mediatico invoca i nuovi profeti: Maresca, Italiano, Sarri. Allenatori rispettabilissimi, per carità. Ma nessuno si ferma a riflettere davvero sulle conseguenze dell’ennesima rivoluzione tecnica. Perché ogni cambio radicale di filosofia non è un semplice avvicendamento: è una rifondazione. Significa ridefinire gerarchie, automatismi, sinergie, leadership, metodi di allenamento, mercato, comunicazione interna. Significa ripartire da zero, ancora una volta.

Conta più il bene del Napoli o le proprie – e soggettive – verità?
E allora viene da chiedersi: davvero il Napoli può permettersi di ricominciare continuamente? Davvero si pensa che le grandi squadre si costruiscano alternando ogni due anni visioni opposte, idee incompatibili, identità intermittenti? La verità è che nel calcio moderno la continuità è un valore rivoluzionario. Lo dimostrano i grandi club europei, quelli che vincono nel tempo e non episodicamente. La stabilità non garantisce il successo immediato, ma crea le condizioni perché il successo possa diventare una consuetudine. Ed è esattamente ciò che a Napoli, faticosamente, si stava tentando di ricostruire.
Invece qui si continua a tifare più per le proprie ideologie calcistiche che per il bene della squadra. Si preferisce avere ragione esteticamente piuttosto che diventare solidi strutturalmente. Conta più poter dire “giochiamo bene” che costruire davvero un ciclo vincente. Ed è questa la contraddizione più grande. Perché Napoli, storicamente, non è mai stata una piazza che chiedeva il calcio perfetto. Chiedeva appartenenza. Chiedeva lotta. Chiedeva uomini pronti a caricarsi addosso il peso della maglia. Oggi invece sembra essersi diffusa una sofisticazione quasi borghese del tifo: la vittoria non basta più, deve anche soddisfare il gusto personale di chi osserva.
Ma il calcio non è un esercizio estetico permanente. È conflitto, resistenza, continuità, sopravvivenza ai momenti difficili. E soprattutto è memoria.
Per questo, prima di esultare per un possibile addio di Conte o di inseguire l’ennesima illusione del “bel gioco”, qualcuno dovrebbe fermarsi a riflettere su una domanda molto semplice: il Napoli vuole essere una squadra che ogni anno ricomincia daccapo inseguendo l’allenatore di moda, oppure vuole finalmente diventare un club capace di costruire una cultura vincente duratura? Perché le fondamenta, nel calcio come nella vita, non si vedono quasi mai. Ma sono l’unica cosa che impedisce a tutto il resto di crollare.
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