La conferenza stampa congiunta tra Antonio Conte e Aurelio De Laurentiis avrebbe dovuto rappresentare soprattutto il momento dei saluti, della chiusura di un ciclo e dell’apertura di nuove prospettive per il Napoli. Invece, tra i tanti temi affrontati, è riemersa una questione che da anni accompagna il club e la città: quella dello stadio. E ancora una volta il dibattito si è trasformato in uno scontro a distanza senza che una delle due parti potesse replicare, anche per un decoro istituzionale che certe cariche impongono.
Serve fare chiarezza, senza schierarsi ideologicamente né con il presidente né con l’amministrazione comunale. Perché la vicenda del nuovo impianto del Napoli è ormai diventata una lunga storia di incomprensioni, frenate, reciproche diffidenze e dichiarazioni pubbliche che finiscono per irrigidire ulteriormente il confronto.
Da quando si è insediato alla guida del club, De Laurentiis ha sempre avuto in mente un obiettivo preciso: costruire uno stadio di proprietà. Nel tempo si sono susseguite decine di ipotesi. Bagnoli, Afragola, l’area del Caramanico, terreni in provincia di Caserta, fino all’ultima suggestione relativa all’ex raffineria. Ogni volta, però, il progetto si è scontrato con problemi strutturali, urbanistici, ambientali o istituzionali.
Il punto centrale, spesso sottovalutato nel dibattito, è proprio questo: costruire uno stadio non significa semplicemente trovare uno spazio vuoto e iniziare a edificare. Servono bonifiche, liberazione delle aree, autorizzazioni, varianti urbanistiche, investimenti preliminari enormi e tempi inevitabilmente lunghi. Nel caso dell’ex raffineria, ad esempio, esistono problematiche ambientali e vincoli che richiederebbero anni prima ancora di poter immaginare l’apertura di un cantiere.
De Laurentiis ieri ha ribadito la disponibilità a investire capitali propri per costruire un nuovo impianto. Ed è una posizione legittima. Ma il nodo è che il percorso preliminare richiede inevitabilmente interlocuzioni istituzionali profonde e una collaborazione politica stabile. Ed è proprio qui che il dialogo sembra essersi inceppato da tempo.

Le frasi di De Laurentiis hanno alzato ulteriormente la tensione
Durante la conferenza non sono mancate uscite che difficilmente aiuteranno il confronto. Il riferimento al sindaco Gaetano Manfredi come “juventino” è apparso fuori fuoco rispetto alla complessità della questione. Pensare che una fede calcistica possa incidere sulle scelte strategiche di una città appare, oltre a un forzatura, una semplificazione eccessiva, soprattutto considerando che l’amministrazione comunale, almeno inizialmente, aveva mostrato disponibilità a condividere un percorso con il Napoli sul tema stadio. E questa sono notizie certificate in nostro possesso.
Il Comune, infatti, non ha mai nascosto la volontà di lavorare alla riqualificazione dello stadio Stadio Diego Armando Maradona coinvolgendo anche il club. Ci sono stati tavoli, interlocuzioni e aperture reciproche, anche attraverso figure come Andrea Chiavelli e Tommaso Bianchini. Tuttavia, più volte il confronto si è interrotto davanti a richieste considerate non sostenibili o non compatibili con i vincoli esistenti che a un certo punto venivano fatte dal presidente del club azzurro che troppo spesso ha sparigliato il quadro dopo che alcune linee guida erano state delineate dai suoi collaboratori.
Ancora più problematica è sembrata l’uscita relativa alla Regione Campania. Il riferimento al presidente regionale Roberto Fico e alla possibilità di finanziare con fondi pubblici la ristrutturazione del Maradona ha assunto toni che sono sembrati più una minaccia che una presa di posizione politica. Dire che non si investirà più nel Napoli qualora vengano stanziati 200 milioni pubblici per lo stadio non contribuisce a creare un clima favorevole.
Il Maradona, fino a prova contraria, resta un bene pubblico. E se le istituzioni decidono di intervenire per ammodernarlo in vista di un evento strategico come UEFA Euro 2032, si tratta di una scelta che rientra in una logica nazionale e territoriale, non di un affronto personale nei confronti del presidente del Napoli. De Laurentiis dovrebbe riporre l’ascia da guerra e smettere di sentirsi accerchiato.

Il Comune va avanti, ma il Napoli rischia di restare ai margini
Nel frattempo Palazzo San Giacomo continua a procedere sul proprio percorso. Il progetto definitivo per il Maradona dovrebbe essere presentato nelle prossime settimane e si attende il pronunciamento UEFA. Anche il governo sembra orientato a sostenere Napoli come asset strategico per Euro 2032. Il ministro Andrea Abodi nei giorni scorsi ha lasciato intendere chiaramente quanto il capoluogo campano venga considerato centrale nella candidatura italiana.
E allora il rischio concreto è che si sviluppino due percorsi paralleli: da un lato il Comune con il progetto di ristrutturazione del Maradona, dall’altro De Laurentiis alla ricerca di un impianto privato che, allo stato attuale, non ha ancora trovato una sede realmente praticabile. La coesistenza delle due strade sarebbe teoricamente possibile. Nulla vieta al Napoli di progettare in futuro uno stadio di proprietà mentre il Comune procede con il restyling dell’impianto pubblico. Ma per arrivare a una soluzione serve abbassare i toni e soprattutto uscire dalla logica dello scontro permanente.
La sensazione, invece, è che la conferenza di ieri abbia ulteriormente esacerbato un clima già teso. E questo è probabilmente l’aspetto più preoccupante. Perché sul tema stadio Napoli continua a perdere tempo prezioso, mentre le altre grandi realtà europee da anni hanno compreso che le infrastrutture rappresentano una componente decisiva della competitività sportiva ed economica. Il problema non è stabilire chi abbia ragione tra De Laurentiis e il Comune. Il problema è che, dopo vent’anni di dibattito, Napoli ancora non intravede una direzione chiara.
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