Forse il titolo di questo scritto farà sobbalzare qualcuno dalla sedia. Qualcuno si domanderà: come è possibile? Nel giorno del centenario, nel tempo della celebrazione, della memoria condivisa, della riscoperta delle proprie radici, si sceglie di parlare di solitudine.
La citazione del capolavoro di Gabriel García Márquez non è casuale. Cent’anni di solitudine è un’opera che racconta anche la fatica dell’uomo nel sottrarsi all’isolamento, nel trovare un luogo in cui essere compreso e amato. Non è una difficoltà che riguarda direttamente il sentimento della tifoseria nei confronti della propria squadra, un legame che non è mai venuto meno, bensì il modo in cui Napoli, come città, come civiltà e, inevitabilmente, anche attraverso la squadra che ne rappresenta l’espressione sportiva più alta, si è rapportata al resto del Paese nel corso della propria storia.
Napoli, una città luminosa ma sola
Napoli è sempre stata una città profondamente sola. Il suo popolo è stato troppo spesso frainteso, talvolta bistrattato, raramente celebrato per la straordinaria grandezza delle opere che ha saputo consegnare alla storia. Eppure questa percezione appartiene soltanto a una fase relativamente recente del suo lunghissimo cammino. Per secoli Partenope e le sue evoluzioni sono state un centro di gravità politica, culturale ed economica. Napoli, una capitale riconosciuta e rispettata in tutta Europa e nel mondo allora conosciuto. Soltanto con il trascorrere del tempo è stata progressivamente sospinta verso una condizione apparentemente periferica. Apparentemente, appunto. Perché quella distesa che dal Vesuvio si getta a mare non ha mai cessato di essere un fulcro. Lo è rimasta per i suoi figli, partiti verso ogni continente senza mai recidere il filo invisibile che li legava alla propria terra.
Il Calcio Napoli, in fondo, ha ripercorso la medesima parabola. Oggi si celebrano cento anni dalla sua fondazione, pur sapendo che gli studiosi più attenti fanno risalire le origini del club a qualche anno precedente. Ma la storia, talvolta, ha bisogno di date simboliche, di approdi convenzionali capaci di condensare un significato più grande della semplice cronologia. Del resto, anche la nascita di Gesù Cristo viene tradizionalmente celebrata il 25 dicembre, pur nella consapevolezza che quella non sia, con ogni probabilità, la data storicamente esatta.
Ci sarebbero infinite pagine da sfogliare e altrettanti ricordi da riportare alla luce. Momenti di felicità incontenibile e stagioni di profonda amarezza. Trionfi memorabili e sconfitte che sembravano insanabili. Un movimento continuo, quasi sinusoidale, fatto di vette luminose e di improvvise discese negli abissi. Cime e baratri. Gloria e sofferenza. Esattamente come accade nella vita di ogni essere umano. La storia del Napoli non è altro che una rappresentazione della condizione umana: nessuno vive soltanto giorni felici, nessuno è destinato esclusivamente al dolore. Il fiume del cambiamento costante, parafrasando quel capolavoro che è Firth of Fifth dei Genesis.
Eppure questo Sebeto (il corso d’acqua mitologico che attraversa la città) di sentimenti il Napoli lo ha attraversato quasi sempre in solitudine. Senza che dall’esterno giungesse un riconoscimento autentico del proprio valore. Senza che i suoi successi fossero accolti con la naturalezza che si riserva ai grandi vincitori. Anzi, ogni volta che il Napoli è riuscito a conquistare la vetta, ha spesso suscitato fastidio, insofferenza, talvolta perfino irritazione. Come se fosse inconcepibile che una città del Mezzogiorno, insieme alla squadra che la rappresenta, potesse incrinare un equilibrio consolidato, spezzare un modello di potere storicamente orientato verso un’altra geografia del Paese. E invece Napoli quel paradigma lo ha infranto.
È anche per questo che si può parlare di cent’anni di solitudine. Perché questo lungo cammino è stato compiuto quasi sempre senza sostegni esterni, senza particolari attestati di stima, senza quel riconoscimento che spesso accompagna le grandi imprese sportive.
Napoli, Cent’anni d’amore
Ma ai cent’anni di solitudine si contrappongono, con la stessa forza, cent’anni d’amore. Perché sarebbe profondamente ingiusto leggere una giornata come questa esclusivamente attraverso il prisma della malinconia o del risentimento. La storia del Napoli è anche una storia di appartenenza assoluta. Ieri la festa organizzata dagli ultras si è conclusa allo scoccare della mezzanotte, proprio quando il calendario ha consegnato questa comunità al primo agosto del 2026, creando un ponte ideale con quel primo agosto del 1926.
Non sappiamo se davvero quel giorno piovesse, come racconta uno dei cori più celebri della nostra tradizione calcistica. Sappiamo però che in quella data Giorgio Ascarelli diede forma a un sogno destinato a sopravvivere ai suoi stessi artefici. Consegnò alla città quei colori, il bianco e l’azzurro, che un secolo dopo sono diventati patrimonio identitario di milioni di persone, conducendo il Napoli fino all’Olimpo del calcio e affidandolo, in qualche modo, all’immortalità.
La più straordinaria virtù del Napoli è proprio questa. Essere solo soltanto agli occhi del mondo, mai al proprio interno. Perché il Napoli non è mai davvero solo. È fatto di uomini e donne, di bambini e anziani, di generazioni intere che si fondono in un unico corpo collettivo, animato dalla stessa fede, dalla stessa passione, dallo stesso senso di appartenenza.
Perché il Napoli non è semplicemente una squadra di calcio. È un’estensione della storia di questa città. È la sua memoria. È la sua cultura. È il riflesso della sua identità più autentica. Non tutti possono vantare un’appartenenza di questa natura. È relativamente semplice sostenere chi ha sempre vinto. È facile schierarsi accanto a chi ha costruito la propria storia senza particolari ostacoli. È naturale tifare per chi è abituato a dominare.
Noi, invece, come popolo e come squadra, abbiamo dovuto conquistare ogni traguardo attraversando sacrifici enormi. Nulla ci è stato regalato. Ogni vittoria è stata il frutto di una lunga resistenza. Ed è forse proprio per questo che, quando siamo riusciti ad arrivare sulla vetta, abbiamo saputo incantare il mondo intero.
Le nostre feste scudetto non sono state soltanto celebrazioni sportive. Sono diventate manifestazioni culturali, rappresentazioni collettive di un popolo che ritrovava sé stesso. Il mondo ci ha osservati con stupore, con ammirazione e, inevitabilmente, anche con un pizzico d’invidia. In molti hanno riconosciuto che esiste un solo modo di vivere una gioia tanto autentica: quello insegnato da Napoli.
Perché Napoli continua a essere un punto di riferimento. Un faro. Un luogo dell’anima. Perfino coloro che la guardano con diffidenza, una volta attraversate le sue strade, finiscono per comprenderla. Perché questa città non si limita a mostrarsi: avvolge, conquista, penetra nell’animo di chi la vive. Ed è allora che si comprende davvero cosa significhi essere partenopei.
In questi giorni Napoli sta attraversando una fase particolare. Il mercato procede con lentezza, alcune situazioni tecniche attendono ancora una soluzione e c’è persino chi rischia di non godersi pienamente questa ricorrenza. Sarebbe un errore enorme. I cento anni del Napoli meritano di essere celebrati con la solennità che si riserva agli eventi irripetibili. Perché un centenario non appartiene soltanto alla storia di una società sportiva: appartiene alla vita di chiunque abbia avuto il privilegio di attraversarlo.
Questo non è il tempo delle divisioni. È il tempo della compattezza. Perché fuori da Napoli continueremo, probabilmente, a essere soli. Ed è proprio per questo che dobbiamo continuare a custodirci gli uni con gli altri, stringerci attorno alla nostra squadra e riconoscerci in un’unica, grande comunità di destino.
Anche nell’anno del centenario. Anche davanti alle difficoltà. Anche se gli avversari sembrano rafforzarsi più rapidamente e il nostro organico presenta ancora interrogativi ai quali il mercato dovrà rispondere. Perché le grandi imprese non nascono dalla certezza del successo. Nascono dalla volontà ostinata di inseguirlo. E se non dovesse bastare, se il traguardo dovesse ancora una volta sfuggirci, poco importa. Ci avremo provato.
Perché questa è, da sempre, la natura più autentica dei napoletani: alzarsi ogni mattina con l’ambizione di costruire qualcosa di straordinario. Se ci si riesce, la gioia è immensa. Se non ci si riesce, si ricomincia il giorno dopo. Con la stessa ostinazione. Con la stessa dignità. Con la stessa irriducibile speranza. Perché, come recita un antico proverbio napoletano: “Ce facimm’ ‘o sicc, ma nun murimme”.
Forza Napoli. Tanti auguri, Napoli.
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