La sconfitta di ieri sera lascia delle domande inevase. Il problema del Napoli non è soltanto aver perso la prima partita casalinga dell’anno del centenario, ma averlo fatto mostrando per larghi tratti una condizione, soprattutto atletica, che non sembra ancora all’altezza della situazione. Il Como ha giocato una partita intelligente nella gestione dei propri momenti e alla fine è uscito dal Maradona con tre punti che, osservando l’intero arco dei novanta minuti, non possono essere considerati immeritati. Il Napoli ha avuto la possibilità di rimetterla in piedi, ha finalmente aumentato intensità e pressione quando la partita sembrava ormai compromessa, ma lo ha fatto troppo tardi. E forse è proprio questo il dettaglio più significativo.
Perché il Napoli visto ieri per cinquanta minuti non è sembrato semplicemente una squadra ancora alla ricerca dei propri automatismi. È sembrato un gruppo che ha faticato a sostenere fisicamente la partita. E qui torna inevitabilmente una frase pronunciata da Massimiliano Allegri, prima a Genova e poi dopo il Como: “Questo Napoli non è quello che vedremo tra due mesi”. Benissimo. Ma allora bisogna avere il coraggio di porsi la domanda che consegue naturale: il Napoli può permettersi di aspettare due mesi?
La questione non riguarda la necessità di essere al massimo ad agosto. Sarebbe assurdo. Nessuna squadra può pretendere di essere al proprio picco stagionale a inizio campionato. Il punto è stabilire quale sia il livello minimo di competitività che gli Azzurri devono raggiungere nelle prossime settimane. Perché tra essere a una certa percentuale di “ricarica delle batterie” ed essere pronto a competere c’è una differenza enorme. E il Napoli, oggi, deve almeno essere competitivo.

Napoli – Due mesi sono lunghi quando davanti corrono
Politano è arrivato al finale completamente svuotato, Anguissa sembra ancora lontano dal giocatore che conosciamo, Olivera non ha dato garanzie assolute e Spinazzola è entrato senza apparire ancora nella condizione ideale. McTominay, altro uomo fondamentale per struttura e intensità, sta combattendo con un problema di vesciche ai piedi. Non sono elementi sufficienti per emettere sentenze sulla preparazione atletica, ma sono segnali che messi tutti insieme meritano una riflessione. Perché il problema è che il calendario non ha alcuna intenzione di adeguarsi ai tempi di crescita del Napoli.
Sabato arriverà la trasferta contro l’Inter. Poi l’Arsenal (leggi i calendario europeo). Poi il Bologna al Maradona. Infine la Fiorentina. Quattro partite a chiudere il mini-ciclo che precede la pausa per le nazionali. Un percorso che potrebbe già fornire una prima fotografia molto attendibile delle ambizioni partenopee. E se il Napoli dovesse perdere a Milano, il distacco dalla vetta potrebbe diventare immediatamente di sei punti dopo tre giornate. Non sarebbe una condanna, certamente. Ma sarebbe già un piccolo macigno da trascinarsi dietro mentre la squadra aspetta di diventare quella che Allegri immagina.
È questo il paradosso. L’allenatore ragiona correttamente sulla stagione lunga, mentre il campionato ragiona sulla partita successiva. Allegri pensa a marzo, al momento nel quale vuole avere ancora tutte le porte aperte: Champions League, Coppa Italia e Scudetto. Ma per arrivare in primavera in quella posizione bisogna costruirla nei mesi precedenti. Non si può arrivare improvvisamente a marzo e scoprire di essere competitivi se nel frattempo si è accumulato un distacco importante dalla vetta o si è usciti da una competizione. Il tempo, dunque, può essere un alleato soltanto se viene gestito bene. Può diventare un nemico se viene semplicemente atteso.

Napoli – Como, il caldo non basta a spiegare tutto
C’è poi un’altra questione che non può essere ignorata. Ieri al Maradona si è giocato in condizioni climatiche estremamente pesanti. Caldo, afa e umidità hanno reso lo sforzo fisico particolarmente complicato e su questo la Lega Serie A merita una tirata d’orecchie per aver programmato una partita alle 18:30 in una giornata del genere. Non è un dettaglio, perché certe condizioni incidono inevitabilmente sul rendimento e aumentano il costo energetico di ogni accelerazione, di ogni pressione e di ogni duello.
Ma il problema è che il Como ha giocato nelle stesse condizioni. E i lariani, almeno per una parte consistente della partita, sembravano avere più energia, più brillantezza e più capacità di sostenere lo sforzo. Il Napoli è cresciuto nel finale, ma bisogna anche essere onesti nell’interpretazione: i comaschi avevano speso moltissimo e, una volta raggiunto il vantaggio, hanno arretrato il proprio baricentro per difendere il risultato. È naturale che il Napoli abbia trovato più spazio e più possibilità negli ultimi minuti.
Questo non cancella la reazione degli azzurri, ma impedisce anche di trasformarla automaticamente in un segnale positivo sulla condizione fisica. Se una squadra emerge quando l’avversario è costretto a difendersi e contemporaneamente comincia a pagare lo sforzo precedente, non significa necessariamente che quella squadra abbia finalmente trovato la propria brillantezza.
E allora bisogna aspettare. Ma non aspettare passivamente. Allegri conosce il proprio gruppo meglio di chiunque altro e se parla di un Napoli molto diverso tra due mesi avrà certamente le sue ragioni. Il suo compito, però, sarà proprio quello di accompagnare la squadra verso quel momento senza permettere che il percorso venga compromesso. Perché un conto è programmare il picco atletico più avanti, un altro è accettare che la squadra oggi non abbia ancora una condizione sufficiente per reggere novanta minuti.
Il Napoli non deve essere quello di marzo. Deve essere abbastanza forte da arrivare a marzo con ancora qualcosa da giocarsi. Ed è questa la vera sfida di Allegri. Non dimostrare che tra due mesi il Napoli sarà migliore. Questo, in fondo, è ciò che tutti si aspettano. La vera sfida sarà fare in modo che quei due mesi non diventino sessanta giorni di rincorsa. Perché il Napoli può aspettare di essere bellissimo. Può aspettare di essere brillante. Può persino aspettare di essere al massimo. Quello che non può aspettare è iniziare a essere competitivo.
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