Ci sono partite che si perdono sul campo. Ci sono incontri che si perdono negli spogliatoi. E poi ci sono match come quella di oggi, che si perdono nelle cuffie di qualche funzionario chiuso in una stanza a Lissone, armato di joystick e di una discrezionalità che cambia forma ogni maledetta domenica.
Atalanta-Napoli resterà negli annali non per la prestazione degli azzurri – che in campo hanno dimostrato di essere ampiamente superiori per 60 minuti – ma per uno degli episodi arbitrali più scandalosi degli ultimi anni. Parliamo di un gol regolarissimo annullato a Rasmus Hojlund, di un rigore negato in barba a tutto ciò che ci hanno spacciato come “protocollo” per anni, e di un risultato ribaltato dall’esterno: da 0-3 potenziale a 2-1 finale. Una frode sportiva, chiamiamola con il suo nome.

Sul rigore: anni di bugie
Per anni – anni! – ci hanno ripetuto la stessa litania: il contatto fisico in area, il tocco sul corpo o sul braccio, è materia esclusiva dell’arbitro in campo. Il VAR non interviene, salvo errore chiaro ed evidente. Sacrosanto. Lo abbiamo accettato, anche quando ci ha fatto del male.
Oggi, però, qualcuno ha deciso che quella regola non valesse più. Un tocco evidente – discutibile nell’entità, certo, ma questo è esattamente il punto: la discrezionalità spetta all’arbitro in campo, non alla regia di Lissone – è stato ribaltato dall’alto. Il VAR ha esautorato il direttore di gara su una valutazione che, per statuto, non gli appartiene. Benissimo. Ma allora qualcuno ci spieghi perché lo stesso VAR non è intervenuto sul gol di Gutierrez. Silenzio. Cuffie spente. Monitor bui. Questo non è un protocollo. È una lotteria.
Un sistema che si smonta da solo
La Serie A e l’AIA devono sedersi attorno a un tavolo e fare una riflessione seria, adulta, definitiva. Il protocollo VAR così com’è non funziona. Non funziona perché è interpretabile. Non funziona perché cambia forma in base alla partita, all’ora, forse all’umore di chi indossa le cuffie. Non funziona perché produce mostruosità come quella di questo pomeriggio, dove la stessa logica viene applicata su un episodio e ignorata sull’altro a distanza di venti minuti. Un sistema credibile deve essere coerente. Deve avere confini chiari. Deve rispondere di fronte agli errori. Nessuna di queste tre condizioni è soddisfatta.
VAR discrezionale: è ora di dire basta
Non chiediamo vendetta. Non domandiamo processi sommari. Pretendiamo professionalità. Chiediamo che chi gestisce il VAR in Italia abbia la competenza, la trasparenza e – se del caso – il coraggio di ammettere quando sbaglia e di trarne le conseguenze. Se questo sistema non è in grado di garantire partite gestite con criteri uniformi, chi ne è responsabile ha il dovere morale di farsi da parte. Lasciare spazio a chi sa fare questo mestiere davvero.
Il Napoli ha subìto un torto evidente. Ma il torto più grande lo ha subìto il calcio italiano, che continua a tollerare un arbitraggio opaco, incoerente e – quel che è peggio – impunito. La pazienza ha un limite. Oggi è stato abbondantemente superato.
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