Le parole di Cesc Fabregas, ammesso che siano sentite – e questo lo capiremo nel tempo – devono rendere orgogliosi i tifosi del Napoli. Perché quando un allenatore giovane, ambizioso e alla guida di un progetto che sta crescendo rapidamente indica nel Napoli di Aurelio De Laurentiis un modello da seguire, significa che qualcosa di importante è stato effettivamente costruito.
Fabregas è stato chiaro: il Como vuole provare a costruire qualcosa di simile a quanto fatto da De Laurentiis a Napoli in poco più di venti anni. Il Napoli, dunque, viene indicato come un esempio. Ed è un riconoscimento che va preso per quello che è, senza ridimensionarlo. Ma proprio perché bisogna prendere le parole per quello che sono, bisogna anche leggerle tutte.
Fabregas non ha detto che il Como impiegherà 20 o 25 anni per arrivare allo stesso risultato. Ha detto che il percorso del Napoli è durato del tempo e che il Como vuole costruire qualcosa di simile. È un distinguo importante, perché racconta anche l’ambizione del progetto lariano: prendere quel modello, studiarlo e provare ad accelerarne i passi. E questo dettaglio, guarda caso, è stato molto meno enfatizzato rispetto alla parte celebrativa dei velinari di professione (vabbè, professione).
Non ci giro intorno: quando si parla di De Laurentiis succede sempre la stessa cosa. Non esiste una misura. Non esiste quasi mai una valutazione equilibrata. Esiste il partito dell’amore e quello dell’odio. Da una parte quelli che trasformerebbero ogni scelta del presidente in una lezione di management; dall’altra quelli che, pur di non riconoscergli un merito, sarebbero capaci di sostenere che anche lo Scudetto sia arrivato nonostante De Laurentiis. La realtà, banalmente, è molto meno interessante per chi ha bisogno di schierarsi.
De Laurentiis ha fatto cose enormi a Napoli. Ha preso una società fallita e l’ha riportata ai vertici del calcio italiano e l’ha condotto stabilmente nel consesso europeo. Ha costruito una struttura economicamente solida, ha ottenuto risultati sportivi ragguardevoli considerando lo spostamento verso il nord del calcio italiano. Questi sono fatti. Così come sono fatti, però, anche i limiti. Ed è qui che comincia il problema di una certa informazione napoletana.
Perché dopo le parole di Fabregas sono riemersi puntualmente i soliti noti. I soliti cantori. I soliti velinari. Quelli che non aspettano altro che un personaggio autorevole dica qualcosa di positivo sul presidente per trasformare una dichiarazione in una certificazione universale della bontà del suo operato. Fabregas ha elogiato il modello Napoli? E allora via con la celebrazione di De Laurentiis. Peccato che il giornalismo non sia una curva. E soprattutto che fare informazione significhi conservare la capacità di distinguere.
Il problema dei sostenitori acritici di De Laurentiis è esattamente questo: non riescono a riconoscere un merito senza trasformarlo in una beatificazione. Non riescono a raccontare una cosa positiva senza utilizzarla come arma contro chiunque abbia mosso una critica al presidente. Ma questa non è analisi. È militanza. E la militanza può essere legittima, ma non può essere spacciata per informazione.
De Laurentiis non è un totem. Non è una figura da venerare. Non ha bisogno di sacerdoti, di interpreti, di propagandisti o di persone incaricate di spiegare al popolo quanto sia bravo ogni volta che qualcuno pronuncia il suo nome. Anzi, paradossalmente, questo atteggiamento liturgico finisce per danneggiare proprio lui. Perché un presidente che ha costruito quello che ha costruito dovrebbe poter essere giudicato con serietà. Dovrebbe poter essere elogiato quando merita di essere elogiato e criticato quando merita di essere criticato. Senza isterie. Senza tifoserie. Senza gli occhiali dell’amore.
Perché se vogliamo parlare seriamente del modello De Laurentiis, allora dobbiamo avere il coraggio di parlare anche di quello che nel modello non è stato completato. Dopo oltre quattro lustri il Napoli ha un centro sportivo all’altezza della propria dimensione? No. Ha costruito una cantera strutturata, capace di produrre sistematicamente calciatori per la prima squadra? No. Ha risolto definitivamente la questione dello stadio? No. E non sono dettagli. Sono pezzi fondamentali di un progetto di crescita societaria. Si può tranquillamente sostenere che De Laurentiis abbia costruito una società virtuosa sotto molti aspetti e, contemporaneamente, evidenziare che su altri fronti il progetto sia rimasto incompleto.
Non c’è alcuna contraddizione. Anzi, è esattamente quello che dovrebbe fare chi analizza. E vale anche il contrario. Perché dall’altra parte esistono gli A16, quelli che hanno fatto della critica permanente a De Laurentiis una ragione di vita. Quelli che non riescono a riconoscere nemmeno un merito. Quelli per i quali ogni successo è casuale, ogni scelta positiva è frutto di circostanze esterne e ogni errore è invece la dimostrazione definitiva dell’inadeguatezza del presidente.
Nemmeno questo è giornalismo. È semplicemente l’altra faccia della stessa medaglia. La verità, per quanto possa sembrare banale, sta nel mezzo. De Laurentiis va giudicato per quello che ha fatto e per quello che non ha fatto. Per gli Scudetti, ma anche per le strutture che ancora mancano. Per la sostenibilità economica, ma anche per le scelte che hanno generato frizioni con una parte della tifoseria. Per la capacità di aver riportato il Napoli ai vertici, ma anche per quello che sarà necessario costruire nei prossimi anni per evitare che quel percorso si esaurisca.
Ed è proprio questo il punto delle parole di Fabregas. Se un allenatore come lui guarda al Napoli e dice: “Vogliamo costruire qualcosa di simile”, il tifoso partenopeo deve essere orgoglioso. Ma non deve diventare stupido. Deve essere orgoglioso di ciò che è stato costruito senza smettere di pretendere ciò che ancora manca.Perché un modello non è perfetto soltanto perché qualcuno lo indica come esempio. E soprattutto perché il compito di chi fa informazione non è trovare un padrone da osannare o un padrone da abbattere. È osservare. Valutare. Distinguere. Dire quando De Laurentiis ha avuto ragione e dire quando ha sbagliato. Dire quando il Napoli ha costruito qualcosa di straordinario e dire quando, invece, avrebbe potuto fare di più. Tutto il resto è tifo travestito da giornalismo. E il problema è che, in certi casi, dalla lode alla leccata di culo è davvero un attimo.
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