Aurelio De Laurentiis

La ricetta di De Laurentiis: il calcio italiano non deve riformarsi, deve rimpicciolirsi

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Scritto da Diego Catalano

1 Aprile 2026

Nel perenne e spesso sterile dibattito che avvolge le sorti del calcio italiano, v’è una tendenza consolidata a indugiare attorno al perimetro del problema senza mai attingere al suo nucleo. Si legifera sugli obblighi di minutaggio per i calciatori autoctoni, si invocano quote giovanili, si confezionano misure palliative più adatte a placare la coscienza collettiva che a mutare l’ossatura di un sistema che scricchiola vistosamente. Eppure la verità, scomoda e disattesa, dimora altrove.

Il calcio italiano ha urgenza non di riformarsi nei suoi orpelli, ma di ridursi nella sua sostanza. Ridursi per respirare, per intensificarsi, per tornare a competere con onore sui palcoscenici europei. E la via è una sola, tanto lineare quanto impopolare: campionati a sedici squadre. Non si tratta di una provocazione intellettuale né di un esercizio di stile polemico. Si tratta di una necessità strutturale che la ragione tecnica e l’onestà analitica impongono di riconoscere. Una necessità ulteriore dopo l’ennesima figuraccia prodotta stavolta per mano della Bosnia.

Aurelio De Laurentiis presidente del Napoli
Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis

Aurelio De Laurentiis traccia la via

Non sorprende, in tal senso, che anche una voce tradizionalmente fuori asse rispetto al coro istituzionale come quella di Aurelio De Laurentiis abbia finito per convergere su questo punto, pur attraverso il consueto registro polemico. Nel suo intervento successivo alla sconfitta della Nazionale, il Presidente ha liquidato come inutili le cacce al colpevole, osservando come il sistema sia da anni immobile, prigioniero di una stagnazione che consente a molti di sopravvivere senza assumersi responsabilità. In questo quadro, la riduzione a sedici squadre non emerge come provocazione, ma come elemento di rottura necessario. Qui le sue parole complete:

I tornei attuali sono lunghi, diluiti, disseminati di partite che non aggiungono nulla al valore del prodotto: epifenomeno di un’abbondanza che genera, paradossalmente, povertà di qualità. Troppo divario tecnico tra le formazioni che vi prendono parte, troppi punti morti che si sedimentano lungo l’arco stagionale, troppo ritmo affievolito e troppa intensità mediocre. Il risultato è una qualità che si disperde anziché concentrarsi, un torneo che perde coerenza narrativa e appetibilità commerciale a ogni giornata che si consuma.

Ridurre le partecipanti a sedici significherebbe innanzitutto innalzare il livello medio di competizione: meno organici in campo equivale a una più densa concentrazione di talento, a un confronto settimanale privo di comparse, a una tensione agonistica che oggi raramente si palesa nelle settimane centrali del calendario. È lo stesso De Laurentiis, del resto, a sottolineare come si giochi troppo e come la sovrabbondanza di squadre finisca per comprimere qualità e sostenibilità, arrivando a invocare anche finestre più ampie per il lavoro della Nazionale, oggi schiacciata da un calendario che non concede respiro.

Vi è poi la dimensione fisico-atletica, troppo spesso relegata ai margini del discorso: meno incontri superflui restituisce ai tecnici il tempo per il lavoro sul campo, per affinare dettagli, per costruire identità collettive. Oggi, con l’implacabile successione di impegni, si gestisce più che si migliora; si sopravvive al calendario anziché dominarlo. Un torneo più contratto riassegnerebbe centralità alla dimensione allenante, restituendo al rettangolo di gioco la preminenza che il diario degli impegni gli ha sottratto.

Scott McTominay
Scott McTominay

Il calcio torni a essere meritocratico

Vi è poi un ulteriore aspetto, ordinariamente negletto: la credibilità sistemica. Un torneo selettivo è un torneo meritocratico; un torneo meritocratico è un torneo appetibile, vendibile, esportabile. L’inflazione dell’offerta ha eroso il valore percepito del prodotto Serie A agli occhi dei mercati internazionali. La qualità autentica non abbisogna di protezioni artificiali. Necessita di contesto adeguato, di un ecosistema esigente dentro cui maturare senza stampelle regolamentari.

Quanto all’obiezione più ricorrente – quella per cui la riduzione penalizzerebbe i giovani italiani – essa rivela un equivoco di fondo. In un contesto più competitivo, i talenti emergenti affiorano perché sono pronti, non perché vi siano obbligati per decreto. Imporre minutaggi senza elevare il livello generale è un’illusione consolatoria: è rattoppare un sistema che cede da ogni lato, senza interrogarsi sull’integrità della struttura portante. Non a caso, nella riflessione di De Laurentiis riaffiora anche il tema della sostenibilità economica del sistema, con la richiesta di tutele concrete per i club quando mettono a disposizione i propri calciatori, segnale ulteriore di un equilibrio ormai precario tra interessi federali e investimenti privati.

Ridurre le squadre è una scelta che ferisce interessi radicati, che disturba equilibri consolidati, che esige il coraggio di decidere in luogo della consuetudine di rinviare. Ed è precisamente per questo che non si compie. Ma senza una riforma di tale portata, ogni altra misura resta ornamentale. Il calcio italiano attende ancora qualcuno disposto a guardarsi allo specchio senza abbassare gli occhi.


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Nel perenne e spesso sterile dibattito che avvolge le sorti del calcio italiano, v’è una tendenza consolidata a indugiare attorno al perimetro del problema senza mai attingere al suo nucleo. Si legifera sugli obblighi di minutaggio per i calciatori autoctoni, si invocano quote giovanili, si confezionano misure palliative più adatte a placare la coscienza collettiva che a mutare l’ossatura di un sistema che scricchiola vistosamente. Eppure la verità, scomoda e disattesa, dimora altrove.

Il calcio italiano ha urgenza non di riformarsi nei suoi orpelli, ma di ridursi nella sua sostanza. Ridursi per respirare, per intensificarsi, per tornare a competere con onore sui palcoscenici europei. E la via è una sola, tanto lineare quanto impopolare: campionati a sedici squadre. Non si tratta di una provocazione intellettuale né di un esercizio di stile polemico. Si tratta di una necessità strutturale che la ragione tecnica e l’onestà analitica impongono di riconoscere. Una necessità ulteriore dopo l’ennesima figuraccia prodotta stavolta per mano della Bosnia.

Aurelio De Laurentiis presidente del Napoli
Il presidente del Napoli, Aurelio De Laurentiis

Aurelio De Laurentiis traccia la via

Non sorprende, in tal senso, che anche una voce tradizionalmente fuori asse rispetto al coro istituzionale come quella di Aurelio De Laurentiis abbia finito per convergere su questo punto, pur attraverso il consueto registro polemico. Nel suo intervento successivo alla sconfitta della Nazionale, il Presidente ha liquidato come inutili le cacce al colpevole, osservando come il sistema sia da anni immobile, prigioniero di una stagnazione che consente a molti di sopravvivere senza assumersi responsabilità. In questo quadro, la riduzione a sedici squadre non emerge come provocazione, ma come elemento di rottura necessario. Qui le sue parole complete:

I tornei attuali sono lunghi, diluiti, disseminati di partite che non aggiungono nulla al valore del prodotto: epifenomeno di un’abbondanza che genera, paradossalmente, povertà di qualità. Troppo divario tecnico tra le formazioni che vi prendono parte, troppi punti morti che si sedimentano lungo l’arco stagionale, troppo ritmo affievolito e troppa intensità mediocre. Il risultato è una qualità che si disperde anziché concentrarsi, un torneo che perde coerenza narrativa e appetibilità commerciale a ogni giornata che si consuma.

Ridurre le partecipanti a sedici significherebbe innanzitutto innalzare il livello medio di competizione: meno organici in campo equivale a una più densa concentrazione di talento, a un confronto settimanale privo di comparse, a una tensione agonistica che oggi raramente si palesa nelle settimane centrali del calendario. È lo stesso De Laurentiis, del resto, a sottolineare come si giochi troppo e come la sovrabbondanza di squadre finisca per comprimere qualità e sostenibilità, arrivando a invocare anche finestre più ampie per il lavoro della Nazionale, oggi schiacciata da un calendario che non concede respiro.

Vi è poi la dimensione fisico-atletica, troppo spesso relegata ai margini del discorso: meno incontri superflui restituisce ai tecnici il tempo per il lavoro sul campo, per affinare dettagli, per costruire identità collettive. Oggi, con l’implacabile successione di impegni, si gestisce più che si migliora; si sopravvive al calendario anziché dominarlo. Un torneo più contratto riassegnerebbe centralità alla dimensione allenante, restituendo al rettangolo di gioco la preminenza che il diario degli impegni gli ha sottratto.

Scott McTominay
Scott McTominay

Il calcio torni a essere meritocratico

Vi è poi un ulteriore aspetto, ordinariamente negletto: la credibilità sistemica. Un torneo selettivo è un torneo meritocratico; un torneo meritocratico è un torneo appetibile, vendibile, esportabile. L’inflazione dell’offerta ha eroso il valore percepito del prodotto Serie A agli occhi dei mercati internazionali. La qualità autentica non abbisogna di protezioni artificiali. Necessita di contesto adeguato, di un ecosistema esigente dentro cui maturare senza stampelle regolamentari.

Quanto all’obiezione più ricorrente – quella per cui la riduzione penalizzerebbe i giovani italiani – essa rivela un equivoco di fondo. In un contesto più competitivo, i talenti emergenti affiorano perché sono pronti, non perché vi siano obbligati per decreto. Imporre minutaggi senza elevare il livello generale è un’illusione consolatoria: è rattoppare un sistema che cede da ogni lato, senza interrogarsi sull’integrità della struttura portante. Non a caso, nella riflessione di De Laurentiis riaffiora anche il tema della sostenibilità economica del sistema, con la richiesta di tutele concrete per i club quando mettono a disposizione i propri calciatori, segnale ulteriore di un equilibrio ormai precario tra interessi federali e investimenti privati.

Ridurre le squadre è una scelta che ferisce interessi radicati, che disturba equilibri consolidati, che esige il coraggio di decidere in luogo della consuetudine di rinviare. Ed è precisamente per questo che non si compie. Ma senza una riforma di tale portata, ogni altra misura resta ornamentale. Il calcio italiano attende ancora qualcuno disposto a guardarsi allo specchio senza abbassare gli occhi.


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