Antonio Conte

Conte, la solitudine dei numeri primi: ai detrattori l’ardua incompetenza

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Scritto da Pasquale Spirito

7 Aprile 2026

Immaginate lo scenario alternativo, quello che i professionisti del senno di poi amano tanto: il colpo di testa di Strahinja Pavlović che finisce in rete, l’uscita incerta di Vanja Milinković-Savić che diventa un dettaglio da non sottolineare, e la partita che prende tutt’altra piega. A quel punto, al posto del gol del subentrante Matteo Politano, avremmo avuto il solito teatrino. E magari, in conferenza stampa, parole prudenti e scolastiche alla Massimiliano Allegri: equilibrio, concentrazione, la prossima partita. Nulla di più. Nulla che disturbi il quieto vivere.

E invece no. Perché quando c’è di mezzo Antonio Conte, il copione cambia. O meglio: cambia il bersaglio. Perché il giochino è sempre lo stesso, stucchevole nella sua ripetitività. Basta un episodio girato male e via con la litania: squadra senza gioco (accusa tanto abusata quanto superficiale), allenatore lamentoso, comunicazione sopra le righe. E poi il grande classico: “Si poteva prendere Allegri”. Come se il calcio fosse una figurina da scambiare al mercato rionale.

Antonio Conte Napoli

Conte ha sopperito alle contingenze stagionali

La verità, quella che dà fastidio ai cultori della critica a prescindere, è molto meno comoda. Conte ha gestito una squadra martoriata – 32 infortuni stagionali non sono un dettaglio, piuttosto simili ad una sentenza – e l’ha tenuta in piedi quando sarebbe stato più facile cercare alibi. Ha lavorato con un mercato imperfetto, con acquisti che non hanno inciso come previsto, e nonostante questo ha imposto un’identità riconoscibile, concreta, spesso vincente. Non a parole: sul campo.

E sul campo, ieri sera, il confronto è stato impietoso. Da una parte chi reinventa, adatta, rischia persino senza un attaccante di ruolo; dall’altra chi dispone di cinque punte e non riesce a costruire un pericolo degno di nota. Da una parte un’idea di calcio che si plasma sulle difficoltà; dall’altra un esercizio sterile di gestione.

Antonio Conte
Antonio Conte, allenatore del Napoli

Ma guai a dirlo troppo forte: si rischia di incrinare il giocattolo dei detrattori, sempre pronti a riesumare critiche prefabbricate alla prima occasione utile. Perché è più facile aggrapparsi al pregiudizio che riconoscere l’evidenza.

E allora sì “che vale a pena e crescere e capì” come insegnava il grande Pino, e credo che convenga ancora ricordarlo: con Conte si piange due volte. La prima quando lo si accoglie con diffidenza e sufficienza, la seconda – inevitabile – quando ci si accorge troppo tardi di cosa si aveva e lo si vede andare via. Proprio come suggeriva, con amara ironia, Luca Miniero. Solo che qui non è cinema. È la solita, miope realtà del calcio italiano.


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Immaginate lo scenario alternativo, quello che i professionisti del senno di poi amano tanto: il colpo di testa di Strahinja Pavlović che finisce in rete, l’uscita incerta di Vanja Milinković-Savić che diventa un dettaglio da non sottolineare, e la partita che prende tutt’altra piega. A quel punto, al posto del gol del subentrante Matteo Politano, avremmo avuto il solito teatrino. E magari, in conferenza stampa, parole prudenti e scolastiche alla Massimiliano Allegri: equilibrio, concentrazione, la prossima partita. Nulla di più. Nulla che disturbi il quieto vivere.

E invece no. Perché quando c’è di mezzo Antonio Conte, il copione cambia. O meglio: cambia il bersaglio. Perché il giochino è sempre lo stesso, stucchevole nella sua ripetitività. Basta un episodio girato male e via con la litania: squadra senza gioco (accusa tanto abusata quanto superficiale), allenatore lamentoso, comunicazione sopra le righe. E poi il grande classico: “Si poteva prendere Allegri”. Come se il calcio fosse una figurina da scambiare al mercato rionale.

Antonio Conte Napoli

Conte ha sopperito alle contingenze stagionali

La verità, quella che dà fastidio ai cultori della critica a prescindere, è molto meno comoda. Conte ha gestito una squadra martoriata – 32 infortuni stagionali non sono un dettaglio, piuttosto simili ad una sentenza – e l’ha tenuta in piedi quando sarebbe stato più facile cercare alibi. Ha lavorato con un mercato imperfetto, con acquisti che non hanno inciso come previsto, e nonostante questo ha imposto un’identità riconoscibile, concreta, spesso vincente. Non a parole: sul campo.

E sul campo, ieri sera, il confronto è stato impietoso. Da una parte chi reinventa, adatta, rischia persino senza un attaccante di ruolo; dall’altra chi dispone di cinque punte e non riesce a costruire un pericolo degno di nota. Da una parte un’idea di calcio che si plasma sulle difficoltà; dall’altra un esercizio sterile di gestione.

Antonio Conte
Antonio Conte, allenatore del Napoli

Ma guai a dirlo troppo forte: si rischia di incrinare il giocattolo dei detrattori, sempre pronti a riesumare critiche prefabbricate alla prima occasione utile. Perché è più facile aggrapparsi al pregiudizio che riconoscere l’evidenza.

E allora sì “che vale a pena e crescere e capì” come insegnava il grande Pino, e credo che convenga ancora ricordarlo: con Conte si piange due volte. La prima quando lo si accoglie con diffidenza e sufficienza, la seconda – inevitabile – quando ci si accorge troppo tardi di cosa si aveva e lo si vede andare via. Proprio come suggeriva, con amara ironia, Luca Miniero. Solo che qui non è cinema. È la solita, miope realtà del calcio italiano.


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