C’è molta esaltazione per le parole di Daniele De Rossi sul giornalismo. E, intendiamoci, quando parla di professionalità non dice certo una sciocchezza. Nel calcio italiano, dove ormai chiunque può trasformarsi in opinionista, insider, esperto o dispensatore di verità in 280 caratteri o in tre minuti di un reel, rivendicare il valore del mestiere giornalistico è perfettamente legittimo.
Il problema è che il suo ragionamento rischia di partire da una fotografia ormai datata del mondo dell’informazione. E soprattutto rischia di costruire, magari inconsapevolmente, una contrapposizione tra “giornalisti veri” e tutto il resto. Una piccola confraternita degli eletti, magari composta proprio da quelli seduti in sala stampa, contrapposta alla massa informe che sta fuori.
Ma il calcio italiano, nel frattempo, è cambiato. E con lui è cambiato il modo di raccontarlo. Non esiste più soltanto il giornalista che scrive sul quotidiano, il cronista che va in conferenza, l’inviato che segue la squadra e l’opinionista televisivo. Esistono podcast, canali YouTube, newsletter, pagine indipendenti, creator, analisti e realtà editoriali che utilizzano strumenti diversi per raccontare lo stesso fenomeno. Alcuni lo fanno malissimo, altri lo fanno benissimo. Esattamente come accade nel giornalismo tradizionale. Perché questo è il punto che spesso si dimentica: il tesserino certifica una professione, non certifica automaticamente la qualità di ciò che viene prodotto.
De Rossi, senza citarli, denuncia giustamente il flame, il clickbait, la ricerca esasperata della polemica. Ma basta fare un giro sui social, e perdonatemi se continuo a chiamarlo Twitter, per scoprire che certe dinamiche non appartengono soltanto agli influencer. Ci sono giornalisti che discutono come tifosi, tifosi che si comportano come giornalisti e ultras che ormai partecipano al dibattito pubblico con la stessa aggressività di un opinionista televisivo.
Nel calcio italiano questa sovrapposizione è diventata quasi fisiologica. Il giornalista può avere una squadra del cuore, il tifoso può avere una piattaforma enorme e l’influencer può arrivare dove un tempo arrivava soltanto un inviato. Il problema non è stabilire chi abbia il diritto di parlare.
Il problema è come parla. E allora la critica di De Rossi è lecita, ma mi sembra un pizzico decentrata. Perché il giornalismo non si difende costruendo muri attorno a una categoria. Si difende dimostrando ogni giorno competenza, indipendenza e capacità di raccontare la realtà. Il resto, tesserino o meno, è soltanto rumore.
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