Il calcio riesce a trasformare una partita in una sfida filosofica, un mercato in una dichiarazione d’intenti e, quando serve, persino un rinnovo contrattuale in un piccolo trattato di sociologia aziendale. E così Inter – Napoli, oltre a essere uno dei big match della terza giornata, si presenta come qualcosa di molto più interessante: il confronto tra due modi diametralmente opposti di intendere il calcio, la gestione e, perché no, anche il concetto di riconoscenza.
Da una parte c’è l’Inter, campione d’Italia, che ha affrontato la campagna acquisti con religiosa devozione, ovvero di rafforzare la squadra per affrontare con serenità le quattro competizioni stagionali: Jones, Stones e Spence, tutti rigorosamente di scuola britannica e provenienti dalla Premier League, rappresentano quel quid necessario per alzare ulteriormente il livello di una rosa già competitiva. Un mercato fatto, sulla carta, per consolidare e non semplicemente per partecipare.
Tutto bello, tutto perfetto. O quasi. Perché mentre la squadra si rinforza, qualcuno a livello dirigenziale scopre che la riconoscenza, nel calcio moderno, è un sentimento nobile ma decisamente fuori budget. Piero Ausilio, dopo quasi trent’anni di “onorato servizio nerazzurro”, si è visto proporre un rinnovo al ribasso. Una di quelle offerte che, più che valorizzare l’esperienza, sembrano ricordarti elegantemente che l’esperienza ha un costo e che, possibilmente, sarebbe meglio se a pagarlo fosse qualcun altro.
Il Direttore Sportivo ha quindi declinato. Una scelta che sa tanto di orgoglio professionale quanto di semplice buon senso. Perché dopo quasi tre decenni passati a costruire, trattare, sbagliare, azzeccare e soprattutto sopravvivere al meraviglioso caos del calcio, sentirsi dire che il futuro prevede un piccolo ridimensionamento economico non deve essere esattamente il modo migliore per sentirsi indispensabili. Dal prossimo anno, al suo posto, dovrebbe arrivare Dario Baccin, doppio ex. Ma questa, come direbbe qualcuno, è un’altra storia.

Due filosofie, due approcci
Dall’altra parte c’è il Napoli. E qui cambia completamente la musica. Giovanni Manna, sul finire della scorsa stagione, sembrava destinato alla Roma. Poi è arrivato Aurelio De Laurentiis, che nel corteggiamento ha evidentemente utilizzato un’arma che nel calcio non passa mai di moda: la persuasione. E Manna è rimasto.
Ma soprattutto, è rimasto alle condizioni che raccontano una filosofia gestionale decisamente diversa da quella adottata dall’Inter di Oaktree: stipendio aumentato, rosa da sfoltire e, soprattutto, la missione di far valorizzare quei calciatori che nella stagione precedente avevano frequentato più l’infermeria che il terreno di gioco a un veterano aziendalista come Massimiliano Allegri.
Un incarico mica da ridere. In pratica, prendere giocatori da recuperare, rilanciare, valorizzare e magari rivendere. Una sorta di Master in economia applicata al calcio, con laboratorio pratico incorporato. Ed è proprio qui che Inter-Napoli smette di essere soltanto una partita. Da una parte una società che sembra dire: “Abbiamo già una struttura, adesso rendiamola ancora più competitiva”. Dall’altra una proprietà che sembra rispondere: “Abbiamo qualche problema? Perfetto, trasformiamolo in un’opportunità”.

Un incrocio di destini
Due filosofie, due approcci e due Direttori Sportivi che, curiosamente, potrebbero ipoteticamente ritrovarsi protagonisti dello stesso progetto in un futuro remoto. Perché il calcio, oltre a essere imprevedibile, possiede un senso dell’ironia tutto suo. Chissà che un giorno Piero Ausilio non possa diventare proprio il nuovo Direttore Sportivo del Napoli, magari con Giovanni Manna nel ruolo di responsabile dello scouting.
Un tandem composto da esperienza, conoscenza, competenza e quella sana dose di follia necessaria per sopravvivere al mercato. Un connubio che, almeno sulla carta, avrebbe tutto per funzionare. E soprattutto avrebbe un indubbio vantaggio: De Laurentiis potrebbe avere due Direttori Sportivi al prezzo di una rivoluzione societaria. Perché nel calcio moderno nulla si crea, nulla si distrugge. Al massimo, si rinnova. Ma al ribasso.
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