C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel modo in cui l’Italia seleziona le proprie indignazioni. Guerre, crisi energetiche, salari stagnanti, precarietà dilagante? Roba da dibattiti tiepidi, qualche talk show e via. Ma guai a toccare il vero nervo scoperto del Paese: la nazionale di calcio. Lì sì che si consuma il dramma nazionale, la tragedia greca, il lutto collettivo. E così eccoci qui, pronti ad archiviare con composta disperazione l’ennesima assenza dell’Italia dal Mondiale. La terza consecutiva. Un record, se non altro. Non che le precedenti partecipazioni recenti abbiano lasciato un segno indelebile nella storia del calcio – a meno che non si consideri memorabile l’arte di uscire anzitempo – ma questo dettaglio, si sa, è secondario.
Naturalmente, come da tradizione, si cerca il colpevole più comodo: l’arbitro. Turpin, in questo caso. Perché affrontare i problemi strutturali quando si può inveire contro un fischietto? È una strategia brillante nella sua semplicità: spostare l’attenzione, evitare domande scomode e, soprattutto, non cambiare nulla. Già, perché la vera domanda non è “perché abbiamo perso?”, ma “perché ce ne ricordiamo solo ogni quattro anni?”. E soprattutto: perché i protagonisti di questi fallimenti seriali sono ancora saldamente al loro posto? Evidentemente, in Italia la parola “responsabilità” ha assunto un significato alternativo, probabilmente decorativo.

Il piano Baggio dimenticato e le responsabilità del sistema
Il problema, però, non nasce ieri. È una storia vecchia, fatta di occasioni mancate e miopie croniche. Una su tutte: il famoso piano di Roberto Baggio. Sì, proprio lui, uno dei pochi nomi che ancora evocano rispetto unanime. Nel 2010, con una generosità che oggi suona quasi ingenua, si mise al servizio della Federazione con un progetto titanico: 900 pagine di idee, visione, competenza. Un tentativo serio di rifondare il calcio italiano dalle fondamenta. Formazione tecnica, vivai, infrastrutture, etica sportiva, collaborazione con i territori. Parole quasi rivoluzionarie per un sistema evidentemente allergico al cambiamento. Baggio lo presentò, lo spiegò, lo difese. Un lavoro meticoloso, concreto, perfino lungimirante, qualità che, a quanto pare, rappresentano un problema più che un valore.
E infatti il destino di quel piano fu esattamente quello che ci si poteva aspettare: ignorato. Archiviato. Dimenticato. Travolto non da limiti tecnici, ma da qualcosa di molto più potente: le dinamiche interne, le resistenze, i giochi di potere. In altre parole, il vero sport nazionale. “Non sono stato preso in considerazione, tolgo il disturbo, non ci tengo alle poltrone”, disse Baggio. Una frase che, nel contesto giusto, suona quasi sovversiva.
Le vere cause della crisi che ha portato l’Italia fuori dal Mondiale
Perché il punto è proprio questo: le poltrone. Quelle non si toccano. Quelle resistono a tutto: sconfitte, figuracce, fallimenti ripetuti. Cambiano allenatori, cicli, giocatori. Ma loro restano. Imperturbabili. E oggi, puntualmente, ci si chiede: che fine ha fatto quel progetto? Perché non è mai stato realizzato? Domande legittime, certo. Ma anche terribilmente tardive. Come sempre. A questo punto, più che un’analisi tecnica, servirebbe un gesto semplice, quasi banale: assumersi la responsabilità. Un concetto rivoluzionario, evidentemente. Dopo anni di gestione senza visione, senza risultati e senza autocritica, l’unico atto davvero significativo sarebbe uno solo: fare un passo indietro.
Perché il calcio italiano non ha bisogno dell’ennesima toppa, né dell’ennesima giustificazione. Ha bisogno di una rifondazione vera. E, per quanto possa sembrare incredibile, anche di competenza. Magari partendo da chi, anni fa, aveva già capito tutto. Ma che, guarda caso, non è mai stato ascoltato.
Crediti foto: Ansa
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