Ogni riferimento a Massimiliano Allegri è puramente intenzionale. Purtroppo non potevamo esimerci.
L’abitudine a giudicare senza conoscere è diventata pratica di massa. Non è la scelta di Allegri a imporre un parallelismo: è la diffidenza che circonda il suo nome — una diffidenza nutrita di pregiudizi, ossia del vuoto. Davvero è possibile che, negli ultimi anni, il giudizio di una platea così visceralmente legata a questa squadra sia scivolato nella passività e nella divisione sterile?
L’erba voglio del 4-3-3
Si celebra il cosiddetto “calcio champagne” come una reliquia salvifica, il 4-3-3 come mantra assoluto, senza badare ai calciatori che si hanno, alle loro caratteristiche, e soprattutto a cosa ha generato la gestione degli anni recenti. Non tutto è riproponibile pedissequamente: il contesto conta più delle etichette.
Aurelio De Laurentiis, stavolta, non commette lo scivolone: segue una logica di continuità, mutuando elementi del modello Conte che ha dato risultati concreti, senza stravolgere il percorso intrapreso — errore già compiuto nella gestione post-Spalletti, quando l’esuberanza improvvisata sfociò nel caos.
L’era di Allegri è coadiuvante e propensa
Oggi si apre l’era Allegri: non una scommessa ideologica, ma una scelta pragmatica.
Allegri è prima di tutto un professionista sereno nella sua concretezza, oltre le comode etichette dei saccenti di turno. È un personaggio che sa sorridere, stupire con la sua goliardia di toscanaccio livornese, ma soprattutto sa gestire gruppi: riconosce meriti, calibra interventi, inserisce elementi con misura. È questa la qualità che serve a una squadra che pretende continuità di risultati, non solo applausi teorici.
Oggi Allegri trova un Napoli saldo e virtuoso: un approdo sicuro, distante anni luce dall’epoca instabile che visse da calciatore — un passato che fu l’innesco di una discesa dolorosa e non una destinazione. Il club ha una base solida; ciò che serve è qualcuno in grado di governarla, non di rivoluzionarla in nome di un’estetica ideale.
Appartenenza e identità da non dimenticare
Parafrasando metaforicamente lo stato d’animo attuale ci si chiede: bisogna essere Allegri? La risposta è sì, ma non in senso caricaturale. Bisogna saper mettere da parte i pregiudizi, riconoscere che amore per una maglia e coerenza tattica non sono sinonimi di dogmatismo. Chi oggi sbandiera come valore supremo la propria napoletanità e al tempo stesso s’inginocchia al feticcio anti-juventino, rivendicando compatibilità tra identitarismo e rivendicazioni di comodo, fallisce in coerenza. Nel mio paese questo si chiama contraddizione: due strade che si pretende compatibili, quando invece si escludono a vicenda.
Il calcio non è una religione monolitica. È fatto di uomini, scelte, contesti. Si può essere tifosi appassionati e tuttavia pretendere che le decisioni siano giudicate con rigore, non con l’emotività del tifo. Si può voler vincere e al contempo criticare. Ma non si può concepire la critica come puro rituale: serve argomentare, pesare i fatti, smettere di credere che l’estetica tattica sia un’imposizione divina.
Massimiliano Allegri non è un’icona da adorare né un capro espiatorio da condannare a prescindere. È un tecnico con un profilo pragmatico, inserito in un progetto che può — e deve — reggere la prova dei risultati. Se il tifoso pretende coerenza, allora la coerenza va richiesta a se stesso prima che agli altri: smettiamola di applaudire l’ideologia di maniera e cominciamo a giudicare per meriti concreti.
