Come mai Kevin De Bruyne e Romelu Lukaku hanno scelto percorsi differenti per la riabilitazione post-infortunio? La differenza, in realtà, è sostanziale. L’ex fuoriclasse del Manchester City ha seguito un iter impeccabile sotto il profilo deontologico: confronto continuo con lo staff medico, autorizzazioni societarie e totale trasparenza. Lukaku, invece, ha deciso di muoversi diversamente, aggirando procedure e regole con qualche scorciatoia che non è certo passata inosservata. Né alla società, né tantomeno alla piazza.

De Bruyne e Lukaku, due modi opposti di affrontare la riabilitazione
A questo punto, con l’obiettivo stagionale ormai raggiunto e appena tre partite ancora da disputare, resta da capire quali saranno le conseguenze della vicenda. La società sceglierà il pugno duro, relegando Lukaku ai margini dei convocati? Oppure tutto finirà nel silenzio generale? E se davvero non dovesse accadere nulla, allora qualche riflessione diventerebbe inevitabile. C’è forse qualche possibilità che la società sia arrivata a pensare che i suoi tesserati preferiscano una riabilitazione diversa da quella di casa propria perché più efficace e veloce?
Dagli infortuni del Napoli ai processi mediatici contro gli staff tecnici
Probabilmente sarebbe lecito pensare che il tanto vituperato Gennaro Gattuso, bersagliato ai tempi anche per i suoi problemi fisici personali, non fosse il principale responsabile dell’ondata di infortuni che colpì la squadra nella stagione 2020-21. Probabilmente sarebbe lecito pensare che non fosse un caso nemmeno ciò che accadde l’anno successivo, quando il primo Napoli di Luciano Spalletti si presentò a Torino contro la Juventus con appena 16 convocati su 25 disponibili.

E probabilmente sarebbe anche il caso di smetterla con certe sentenze emesse da giornalisti improvvisatisi medici, fisiatri e preparatori atletici, pronti a trasformare ogni problema muscolare in una colpa automatica dello staff tecnico di turno. Per mesi hanno puntato il dito contro la preparazione atletica di Antonio Conte, costruendo processi sommari attorno ai ripetuti problemi al soleo e ai tanti stop fisici della stagione dello scudetto 2025.
Oggi però, davanti all’ennesima annata falcidiata da oltre trenta infortuni, forse qualcuno dovrebbe avere l’onestà intellettuale di ammettere che il calcio non si spiega con i titoli sensazionalistici né con diagnosi improvvisate fatte davanti a una tastiera. Perché tra raccontare il calcio e fingersi specialisti della medicina sportiva passa una differenza enorme.
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