Un anno. Dodici mesi. Trecentosessantacinque giorni. È passato un anno esatto da quel primo settembre 2025 nel quale Aurelio De Laurentiis annunciò, non senza provocazioni, che era stata posata la prima pietra del nuovo centro sportivo del Napoli. Un anno dopo, quella pietra non c’è. Non c’è il centro sportivo, non c’è il cantiere, non ci sono gli accordi definitivi, non ci sono i permessi, non c’è nemmeno una certezza sull’area nella quale il Napoli dovrebbe costruire la propria casa. C’è soltanto un’altra lunga scia di dichiarazioni, ipotesi e progetti rimasti sulla carta.
All’epoca si parlava di Succivo. Un’area enorme, più di dieci campi, foresteria, palestre e strutture per permettere finalmente al Napoli di smettere di essere ospite a casa propria. Perché questa è la realtà, al netto di qualsiasi interpretazione: dopo oltre vent’anni di presidenza De Laurentiis, il club non possiede ancora un centro sportivo. Si allena a Castel Volturno, in una struttura presa in affitto nelle terre dei Coppola, e quella che sembrava essere una sistemazione destinata a terminare è stata nuovamente prorogata. Poi Succivo ha perso quota, è arrivata Pozzuoli, con lipotesi Monterusciello. Sembrava potesse essere la soluzione definitiva. Anche quella, però, è rimasta sospesa.
E allora viene spontanea una domanda: quando inizierà davvero questo progetto? Perché dopo un anno non siamo davanti a un’opera in ritardo. Siamo ancora prima dell’opera. Non c’è stato il passaggio dalle parole ai fatti. Non c’è stata la trasformazione di un’idea in un progetto esecutivo. Non c’è stata la firma che chiude una trattativa. Non c’è stata la richiesta dei permessi. Non c’è stato il primo vero passo amministrativo. La famosa prima pietra, dunque, è rimasta esattamente dove era: nelle parole.

Non è essere contro De Laurentiis: è guardare la realtà
Ed è qui che bisogna fare una distinzione fondamentale. Criticare questo aspetto della gestione De Laurentiis non significa cancellare tutto ciò che il presidente ha fatto per il Napoli. Anzi, sarebbe intellettualmente disonesto. Sul piano sportivo ed economico il club ha compiuto passi enormi. Ha vinto, ha prodotto valore, ha saputo autofinanziarsi, ha raggiunto una dimensione europea e ha dimostrato che si può costruire una società competitiva senza affidarsi necessariamente a capitali esterni illimitati. Ma proprio per questo il ritardo sulle strutture diventa ancora più difficile da comprendere.
Il Napoli è cresciuto molto più velocemente del luogo nel quale si allena. È diventato una società di prima fascia senza avere gli asset infrastrutturali che normalmente accompagnano questo livello. E non si tratta di un vezzo, di una questione estetica o del desiderio di avere un centro sportivo più bello. È una questione industriale.
Il calcio attuale si costruisce anche attraverso gli immobili, le strutture, gli impianti, gli asset che rimangono nel patrimonio della società. Uno stadio di proprietà produce ricavi. Un centro sportivo all’avanguardia produce valore. Una filiera giovanile integrata permette di sviluppare calciatori. Una struttura adeguata consente di fare scouting, formazione, recupero, preparazione e valorizzazione in un ambiente unico. Tutto questo, alla fine, significa fatturato e patrimonio. Il Napoli, invece, continua a spendere energie per trovare una casa.
E intanto gli altri corrono. Juventus, Milan, Roma e Inter hanno propri impianti. Fiorentina e Atalanta hanno sviluppato strutture che sono diventate parte integrante della loro identità societaria. Si potrebbero citare tanti altri esempi. Il calcio italiano, con tutti i suoi problemi, si sta muovendo. Il Napoli rischia di rimanere indietro proprio mentre sul campo ha raggiunto il livello delle società che quelle strutture le possiedono o le stanno costruendo.

Il “quinquennio delle strutture” non può diventare l’ennesimo slogan
De Laurentiis ha detto recentemente che questo sarà il quinquennio delle strutture. Centro sportivo e stadio. Benissimo. Ma adesso servono date, progetti, firme, autorizzazioni, cantieri. Serve un cronoprogramma. Serve soprattutto qualcosa che non possa essere spazzato via dalla prossima conferenza stampa o dalla prossima nuova area individuata. Perché la storia ormai è lunga e pure noiosa: un film visto troppe volte. Caramanico, Bagnoli, Afragola, la provincia di Caserta, Succivo, Pozzuoli, Monterusciello. Cambiano le località e cambiano le prospettive, ma il risultato resta sempre lo stesso: il Napoli continua a non avere una propria struttura. E questo non può essere più considerato normale.
Tornando alla “cantera”, il modello economico del club rende il centro sportivo ancora più necessario. Se il Napoli vuole continuare a fare player trading, deve creare le condizioni per produrre calciatori. Non basta comprarli. Bisogna formarli, svilupparli, integrarli nel sistema, valorizzarli. Bisogna creare un collegamento quotidiano tra settore giovanile e prima squadra. Bisogna avere una struttura che permetta a un ragazzo di 16 anni di respirare il calcio della prima squadra e a un calciatore di 28 di essere un riferimento per chi sta crescendo.
È questa la differenza tra avere una squadra di livello e costruire una società forte. Il Napoli oggi ha una squadra forte. Ha una società economicamente solida. Ha un brand riconoscibile. Ha una tifoseria straordinaria. Ha una dimensione internazionale. Ma non ha ancora trasformato tutto questo in patrimonio infrastrutturale. Ed è probabilmente il limite più grande che la gestione De Laurentiis deve affrontare adesso. Perché sul campo si può vincere uno Scudetto, poi un altro. Si può sbagliare una stagione e ripartire. Si può cambiare allenatore, vendere un calciatore, comprarne un altro.
I cicli sportivi finiscono e ricominciano. Un centro sportivo resta. Uno stadio resta. Un patrimonio immobiliare resta. È questo il salto che il Napoli deve compiere. Non un altro annuncio, non un’altra conferenza, non un’altra area da sondare. Dopo vent’anni di De Laurentiis, dopo gli scudetti, la permanenza stabile in Champions, le plusvalenze e i bilanci virtuosi, il Napoli non può più permettersi di raccontare la propria crescita attraverso ciò che farà domani. Deve iniziare a costruire ciò che vuole essere dopodomani. La prima pietra è stata annunciata un anno fa. Adesso sarebbe il caso di mettere la seconda. E possibilmente questa volta vera.
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