Napoli

Napoli spaccata: la guerra tra contiani e aureliani pesa più dello scudetto perso

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Scritto da Diego Catalano

21 Aprile 2026

Il campionato che volge al termine reca con sé il rischio di lasciare strascichi profondi, i quali – ed è questo l’aspetto più insidioso – non attengono alla sfera economica, bensì alla dinamica psicologica e culturale che ciclicamente si impadronisce dell’ambiente partenopeo ogniqualvolta i risultati si discostino dalle aspettative della piazza. La squadra azzurra aveva, nella stagione precedente, conseguito lo scudetto in maniera clamorosa e memorabile, in un crescendo di tensione culminato nell’ultima giornata di campionato: probabilmente – per come l’intera vicenda si è sviluppata, tra patemi, capovolgimenti e slanci collettivi – il tricolore più bello e sofferto che la storia del Napoli abbia mai annoverato.

Il mercato estivo e la nobiltà del distintivo cucito sul petto avevano inevitabilmente alimentato, nell’immaginario comune, la speranza di una replica agevole. Illusione comprensibile ma infondata. La tensione dell’annata precedente era stata risolta a scapito di un’Inter già allora formidabile, nel frattempo ulteriormente irrobustita. Ancora, in questo campionato si sono aggiunti altri pretendenti dotati di legittime ambizioni, rendendo ancor più impervia la strada verso la vetta.

Antonio Conte e Aurelio De Laurentiis
Antonio Conte e Aurelio De Laurentiis alla presentazione del tecnico sulla panchina del Napoli

Napoli si concentra su una guerra che non c’è

Sappiamo come è andata: l’Inter è ormai scudettata in pectore, mentre il Napoli si trova agganciato nella contesa per il secondo e terzo posto con il Milan, e con ogni probabilità riuscirà comunque a chiudere il proprio percorso in zona Champions League. Il consuntivo stagionale presenta una voce in rosso inequivocabile – la parentesi europea, conclusa nel peggiore dei modi – a cui si affiancano una Supercoppa conquistata, un’eliminazione dalla Coppa Italia maturata in circostanze arbitrali quanto meno discutibili (qualcuno lo ha già colpevolmente scordato) e un epilogo tra le prime quattro in campionato che, pur nella sua relatività, testimonia una tenuta complessiva del sistema.

Antonio Conte, prima ancora che il sipario si levasse sulla stagione, aveva ammonito con la consueta franchezza: non sarebbe stato agevole ripetersi. Quello in corso rappresenta il secondo anno di un percorso triennale di crescita, concepito per fruttificare compiutamente al suo terzo stadio. È in ragione di questa prospettiva che ci si attende – nonostante le voci insistenti circa un possibile approdo alla panchina della nazionale – che Conte possa e voglia continuare a guidare il Napoli verso quella maturazione che il progetto reclama.

Il problema, tuttavia, è d’altra natura. Ciò che rischia di sedimentarsi come eredità più deleteria di questa annata non è un deficit tecnico o tattico, bensì una frattura interna alla tifoseria e al mondo degli osservatori: da un lato i cosiddetti “contiani”, dall’altro i sostenitori di una lettura che assegna alla società una sorta di posizione difensiva e soccombente. Si è andata diffondendo, con metodica insistenza alimentata da alcune redazioni, una narrazione secondo la quale Antonio Conte avrebbe compromesso l’equilibrio finanziario del club, generando un buco di bilancio destinato a ripercuotersi sulle stagioni a venire come un’ipoteca onerosa.

Si tratta, ad un esame disincantato, di una tesi difficile da sostenere con rigore. La stagione è stata pesantemente condizionata dagli infortuni e ciò rende arduo esprimere un giudizio definitivo e inappellabile sul mercato. Alcune operazioni non hanno prodotto i frutti sperati – è il caso di Noa Lang e Lorenzo Lucca – ma altre hanno fornito risposte di rilievo, come Højlund e Gutierrez. Ulteriori innesti sono stati frenati dalla sfortuna o gestiti con parsimonia per ragioni contingenti: De Bruyne ha pagato dazio agli acciacchi fisici, Sam Beukema è stato impiegato con sistematica cautela. Vi sono poi elementi di contorno – Elif Elmas su tutti – che si sono rivelati preziosi nei frangenti più difficili, offrendo soluzioni laddove l’emergenza sembrava non concederne.

Antonio Conte
Antonio Conte. Crediti foto: Getty Images

Napoli, Conte è il falso mito del bilancio rotto

Affermare che Conte abbia “spaccato” il bilancio è dunque una semplificazione che non regge alla prova dei fatti e che, nel suo schematismo, tradisce una postura polemica di certi solipsisti egocentrici che pensano di possedere il verbo e che rifuggono da un’analisi meditata. Sarà il prossimo mercato a chiarire l’impatto reale e complessivo degli investimenti effettuati. I detrattori, inoltre, omettono un passaggio centrale: buona parte delle operazioni è stata resa possibile dalle cessioni eccellenti di Osimhen e Kvaratskhelia, cui si sommano i ricavi derivanti dalla partecipazione alla Champions League. Non vi è stato alcun azzardo finanziario scollegato dalle entrate: la gestione, per quanto ambiziosa, è rimasta all’interno di un quadro di sostenibilità.

Quel che difetta, semmai, è la capacità di leggere il percorso nella sua interezza, senza cedere alla tentazione di estrarre dal continuum un segmento isolato per farne oggetto di condanna o di esaltazione. Si vince e si perde come sistema. Conte non ha imposto alcunché senza il preventivo consenso della società. Gli investimenti sono stati condivisi, vagliati e approvati dalla dirigenza: attribuire all’allenatore una responsabilità esclusiva e unilaterale significa distorcere la realtà dei processi decisionali interni al club.

Napoli, anche la società deve fare il suo

Se si vuole rintracciare un momento autenticamente critico nella storia recente del Napoli, bisogna risalire alla fase immediatamente successiva all’era Spalletti. In quel frangente si sono registrati errori di valutazione evidenti: la scelta di un direttore sportivo come Mauro Meluso, probabilmente non ancora pronto per reggere le sollecitazioni di quel ruolo; l’ingaggio di Rudi Garcia, rivelatosi un fallimento sotto ogni profilo; e un mercato insufficiente, popolato da acquisti – Natan, Cajuste, Lindstrom – che non hanno lasciato tracce apprezzabili né nel gioco né nella memoria.

In quel contesto, la società aveva ritenuto di poter proseguire sull’onda dello scudetto con interventi minimi, sottovalutando gravemente le insidie di un campionato che non concede rendite di posizione. Da quella stagione fallimentare è scaturita la necessità di affidarsi a un tecnico del calibro e del palmarès di Antonio Conte, il quale – per storia e per temperamento – ha reclamato garanzie tecniche precise come condizione imprescindibile del proprio impegno.

È essenziale sgomberare il campo da un equivoco: Conte non ha imposto nulla con la prepotenza o con l’arroganza di chi si ritiene indispensabile. Ha formulato richieste che la società ha liberamente e consapevolmente deciso di accogliere. Aurelio De Laurentiis, Chiavelli e Manna hanno condiviso ogni scelta strategica, portando a compimento operazioni di rilievo. Tra tutte, quella relativa a Scott McTominay, uno dei centrocampisti più influenti della Serie A.

È per questa ragione che la narrazione di un Conte isolato, lasciato libero di operare in una sorta di zona franca sottratta a ogni controllo dirigenziale, è priva di fondamento e risulta francamente distorsiva. Si tratta di una rappresentazione che non danneggia tanto la società – la quale dispone degli strumenti per difendersi – quanto l’ambiente nella sua totalità, seminando sfiducia laddove sarebbe invece urgente coltivare coesione.

Aurelio De Laurentiis
Il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis

La critica degli “aureliani” oltranzisti sarebbe più credibile se una volta – una sola –  si leggesse anche riferimento a una società che non s’è ancora dotata di un centro sportivo di proprietà, di un settore giovanile degno di questo nome e di uno stadio tutto suo. No, sul fronte infrastrutturale non si sollevano cori puntualizzanti, solo appiattimento e, sovente, negazionismo. Aurelio De Laurentiis ha fatto tantissimo per il Napoli e per Napoli, ma non è lesa maestà affermare che, ad oggi, il processo sia ancora incompiuto. Sostenerlo è un esercizio di onestà intellettuale. 

Il Napoli, oggi più che mai, ha bisogno di compattezza e di una visione condivisa. Una critica costruttiva, certo, non guerre di bande atte a destrutturare l’unità necessaria per raggiungere gli obiettivi sportivi e infrastrutturali. Continuare ad alimentare divisioni interne, erigere steccati artificiali tra fazioni contrapposte, significa deliberatamente indebolire un progetto che, pur tra difficoltà e risultati non sempre all’altezza delle aspettative, rimane strutturato, pensato e orientato per restare competitivo nel panorama del calcio italiano ed europeo. La stagione che si chiude non è una sentenza: è una tappa. Leggerla come tale è il primo atto di intelligenza che l’ambiente può compiere.


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Partenopeo, misantropo, progger talebano
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Il campionato che volge al termine reca con sé il rischio di lasciare strascichi profondi, i quali – ed è questo l’aspetto più insidioso – non attengono alla sfera economica, bensì alla dinamica psicologica e culturale che ciclicamente si impadronisce dell’ambiente partenopeo ogniqualvolta i risultati si discostino dalle aspettative della piazza. La squadra azzurra aveva, nella stagione precedente, conseguito lo scudetto in maniera clamorosa e memorabile, in un crescendo di tensione culminato nell’ultima giornata di campionato: probabilmente – per come l’intera vicenda si è sviluppata, tra patemi, capovolgimenti e slanci collettivi – il tricolore più bello e sofferto che la storia del Napoli abbia mai annoverato.

Il mercato estivo e la nobiltà del distintivo cucito sul petto avevano inevitabilmente alimentato, nell’immaginario comune, la speranza di una replica agevole. Illusione comprensibile ma infondata. La tensione dell’annata precedente era stata risolta a scapito di un’Inter già allora formidabile, nel frattempo ulteriormente irrobustita. Ancora, in questo campionato si sono aggiunti altri pretendenti dotati di legittime ambizioni, rendendo ancor più impervia la strada verso la vetta.

Antonio Conte e Aurelio De Laurentiis
Antonio Conte e Aurelio De Laurentiis alla presentazione del tecnico sulla panchina del Napoli

Napoli si concentra su una guerra che non c’è

Sappiamo come è andata: l’Inter è ormai scudettata in pectore, mentre il Napoli si trova agganciato nella contesa per il secondo e terzo posto con il Milan, e con ogni probabilità riuscirà comunque a chiudere il proprio percorso in zona Champions League. Il consuntivo stagionale presenta una voce in rosso inequivocabile – la parentesi europea, conclusa nel peggiore dei modi – a cui si affiancano una Supercoppa conquistata, un’eliminazione dalla Coppa Italia maturata in circostanze arbitrali quanto meno discutibili (qualcuno lo ha già colpevolmente scordato) e un epilogo tra le prime quattro in campionato che, pur nella sua relatività, testimonia una tenuta complessiva del sistema.

Antonio Conte, prima ancora che il sipario si levasse sulla stagione, aveva ammonito con la consueta franchezza: non sarebbe stato agevole ripetersi. Quello in corso rappresenta il secondo anno di un percorso triennale di crescita, concepito per fruttificare compiutamente al suo terzo stadio. È in ragione di questa prospettiva che ci si attende – nonostante le voci insistenti circa un possibile approdo alla panchina della nazionale – che Conte possa e voglia continuare a guidare il Napoli verso quella maturazione che il progetto reclama.

Il problema, tuttavia, è d’altra natura. Ciò che rischia di sedimentarsi come eredità più deleteria di questa annata non è un deficit tecnico o tattico, bensì una frattura interna alla tifoseria e al mondo degli osservatori: da un lato i cosiddetti “contiani”, dall’altro i sostenitori di una lettura che assegna alla società una sorta di posizione difensiva e soccombente. Si è andata diffondendo, con metodica insistenza alimentata da alcune redazioni, una narrazione secondo la quale Antonio Conte avrebbe compromesso l’equilibrio finanziario del club, generando un buco di bilancio destinato a ripercuotersi sulle stagioni a venire come un’ipoteca onerosa.

Si tratta, ad un esame disincantato, di una tesi difficile da sostenere con rigore. La stagione è stata pesantemente condizionata dagli infortuni e ciò rende arduo esprimere un giudizio definitivo e inappellabile sul mercato. Alcune operazioni non hanno prodotto i frutti sperati – è il caso di Noa Lang e Lorenzo Lucca – ma altre hanno fornito risposte di rilievo, come Højlund e Gutierrez. Ulteriori innesti sono stati frenati dalla sfortuna o gestiti con parsimonia per ragioni contingenti: De Bruyne ha pagato dazio agli acciacchi fisici, Sam Beukema è stato impiegato con sistematica cautela. Vi sono poi elementi di contorno – Elif Elmas su tutti – che si sono rivelati preziosi nei frangenti più difficili, offrendo soluzioni laddove l’emergenza sembrava non concederne.

Antonio Conte
Antonio Conte. Crediti foto: Getty Images

Napoli, Conte è il falso mito del bilancio rotto

Affermare che Conte abbia “spaccato” il bilancio è dunque una semplificazione che non regge alla prova dei fatti e che, nel suo schematismo, tradisce una postura polemica di certi solipsisti egocentrici che pensano di possedere il verbo e che rifuggono da un’analisi meditata. Sarà il prossimo mercato a chiarire l’impatto reale e complessivo degli investimenti effettuati. I detrattori, inoltre, omettono un passaggio centrale: buona parte delle operazioni è stata resa possibile dalle cessioni eccellenti di Osimhen e Kvaratskhelia, cui si sommano i ricavi derivanti dalla partecipazione alla Champions League. Non vi è stato alcun azzardo finanziario scollegato dalle entrate: la gestione, per quanto ambiziosa, è rimasta all’interno di un quadro di sostenibilità.

Quel che difetta, semmai, è la capacità di leggere il percorso nella sua interezza, senza cedere alla tentazione di estrarre dal continuum un segmento isolato per farne oggetto di condanna o di esaltazione. Si vince e si perde come sistema. Conte non ha imposto alcunché senza il preventivo consenso della società. Gli investimenti sono stati condivisi, vagliati e approvati dalla dirigenza: attribuire all’allenatore una responsabilità esclusiva e unilaterale significa distorcere la realtà dei processi decisionali interni al club.

Napoli, anche la società deve fare il suo

Se si vuole rintracciare un momento autenticamente critico nella storia recente del Napoli, bisogna risalire alla fase immediatamente successiva all’era Spalletti. In quel frangente si sono registrati errori di valutazione evidenti: la scelta di un direttore sportivo come Mauro Meluso, probabilmente non ancora pronto per reggere le sollecitazioni di quel ruolo; l’ingaggio di Rudi Garcia, rivelatosi un fallimento sotto ogni profilo; e un mercato insufficiente, popolato da acquisti – Natan, Cajuste, Lindstrom – che non hanno lasciato tracce apprezzabili né nel gioco né nella memoria.

In quel contesto, la società aveva ritenuto di poter proseguire sull’onda dello scudetto con interventi minimi, sottovalutando gravemente le insidie di un campionato che non concede rendite di posizione. Da quella stagione fallimentare è scaturita la necessità di affidarsi a un tecnico del calibro e del palmarès di Antonio Conte, il quale – per storia e per temperamento – ha reclamato garanzie tecniche precise come condizione imprescindibile del proprio impegno.

È essenziale sgomberare il campo da un equivoco: Conte non ha imposto nulla con la prepotenza o con l’arroganza di chi si ritiene indispensabile. Ha formulato richieste che la società ha liberamente e consapevolmente deciso di accogliere. Aurelio De Laurentiis, Chiavelli e Manna hanno condiviso ogni scelta strategica, portando a compimento operazioni di rilievo. Tra tutte, quella relativa a Scott McTominay, uno dei centrocampisti più influenti della Serie A.

È per questa ragione che la narrazione di un Conte isolato, lasciato libero di operare in una sorta di zona franca sottratta a ogni controllo dirigenziale, è priva di fondamento e risulta francamente distorsiva. Si tratta di una rappresentazione che non danneggia tanto la società – la quale dispone degli strumenti per difendersi – quanto l’ambiente nella sua totalità, seminando sfiducia laddove sarebbe invece urgente coltivare coesione.

Aurelio De Laurentiis
Il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis

La critica degli “aureliani” oltranzisti sarebbe più credibile se una volta – una sola –  si leggesse anche riferimento a una società che non s’è ancora dotata di un centro sportivo di proprietà, di un settore giovanile degno di questo nome e di uno stadio tutto suo. No, sul fronte infrastrutturale non si sollevano cori puntualizzanti, solo appiattimento e, sovente, negazionismo. Aurelio De Laurentiis ha fatto tantissimo per il Napoli e per Napoli, ma non è lesa maestà affermare che, ad oggi, il processo sia ancora incompiuto. Sostenerlo è un esercizio di onestà intellettuale. 

Il Napoli, oggi più che mai, ha bisogno di compattezza e di una visione condivisa. Una critica costruttiva, certo, non guerre di bande atte a destrutturare l’unità necessaria per raggiungere gli obiettivi sportivi e infrastrutturali. Continuare ad alimentare divisioni interne, erigere steccati artificiali tra fazioni contrapposte, significa deliberatamente indebolire un progetto che, pur tra difficoltà e risultati non sempre all’altezza delle aspettative, rimane strutturato, pensato e orientato per restare competitivo nel panorama del calcio italiano ed europeo. La stagione che si chiude non è una sentenza: è una tappa. Leggerla come tale è il primo atto di intelligenza che l’ambiente può compiere.


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