L’autolesionismo è una costante nel modo in cui il tifoso vive il calcio. Questo scritto è una riflessione sul caso del Napoli. Realtà in cui questa dinamica assume contorni riconoscibili, quasi codificati: una tendenza a cercare spiegazioni alternative, a costruire rimpianti anche quando il campo ha già fornito risposte piuttosto chiare.
Nel finale di questo campionato, mentre gli azzurri sono impegnati a difendere un piazzamento in Champions League dopo aver abbandonato la corsa scudetto – di fatto a Parma, nel momento in cui la pressione emotiva generata dalla vittoria dell’Inter a Como ha prodotto un cortocircuito – è emersa una nuova storia da raccontare e da raccontarsi. Una novella che non nasce da un’esigenza tecnica, ma da una forma di compensazione: il rimpianto per Piotr Zielinski.
Il centrocampista polacco rappresenta una figura importante nella storia recente del Napoli. Ha attraversato stagioni diverse, fino a contribuire al successo dello scudetto, prima di vivere un’ultima annata da separato in casa, segnata dalla scelta di non rinnovare e dal successivo trasferimento all’Inter. A Milano, peraltro, il suo primo impatto non è stato lineare: difficoltà di inserimento, rapporto non immediato con Simone Inzaghi e diversi problemi fisici ne hanno limitato continuità e rendimento.
Eppure, nel racconto di queste settimane, Zielinski viene progressivamente trasformato in ciò che non è mai stato: l’elemento mancante, il tassello che avrebbe potuto cambiare il destino della stagione 2025-2026 degli azzurri. Una ricostruzione fragile.

Napoli non cada nell’errore metodologico
La realtà è che la sua uscita ha aperto spazio a un profilo completamente diverso, quello di Scott McTominay. Un’operazione che, alla luce dei fatti, ha avuto un impatto decisivo nello scudetto della stagione precedente e ha continuato a produrre effetti anche in quella attuale. Lo scozzese, pur condizionato da diversi problemi fisici e costretto a convivere con un’infiammazione persistente, ha mantenuto un livello di incidenza elevato: gol, assist, presenza nelle due fasi e una capacità di incidere anche dal punto di vista caratteriale. Ridurre il confronto a una semplice sostituzione è un errore metodologico prima ancora che tecnico.
Zielinski e McTominay occupano porzioni di campo diverse e rispondono a logiche funzionali differenti. Il polacco è un interprete associativo, più legato alla gestione del possesso e alla rifinitura in spazi definiti. McTominay, al contrario, è un centrocampista di rottura e inserimento, meno elegante sul piano della tecnica pura ma decisamente più impattante nelle transizioni e nell’attacco degli spazi. Due profili che, in un contesto ideale, potrebbero anche coesistere, ma che non sono sovrapponibili né intercambiabili.
È proprio qui che si inserisce la distorsione narrativa. Pensare che la presenza del polacco avrebbe automaticamente elevato il rendimento del Napoli significa ignorare la struttura della squadra, le sue dinamiche interne e le responsabilità distribuite lungo l’arco della stagione. Significa, in sostanza, cercare una scorciatoia interpretativa. Il punto è che questo tipo di rimpianto non aiuta a comprendere, ma semplifica in maniera eccessiva. Trasforma un percorso complesso in una questione individuale, quando invece le ragioni di un’annata si costruiscono su equilibri collettivi, continuità fisica, gestione emotiva e scelte tecniche.
Zielinski resta un capitolo importante e chiuso della storia recente del Napoli, destinato a vincere lo scudetto con l’Inter. McTominay è il presente, e per molti versi lo è stato anche nel recente passato vincente. Metterli in contrapposizione, oggi, non aggiunge nulla alla lettura del momento. Al contrario, rischia di raccontare più il bisogno di trovare un colpevole – o un rimedio immaginario – che la reale natura dei problemi. Si sa, ahinoi, che quando le cose non vanno come desiderato, da queste parti non manca mai la comoda soluzione. Questa, per alcuni tifosi, sarebbe l’aver perso un centrocampista come Zielinski…
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