Napoli

Siate onesti: quello scudetto lo sentite davvero vostro?

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Scritto da Diego Catalano

18 Aprile 2026

Il calcio è materia divisiva per natura: non concilia, non unisce, non solidifica e, spesso, crea veri e propri cortocircuiti. Questa dinamica, peraltro, non si verifica soltanto all’esterno, ma anche all’interno della stessa tifoseria. Prendiamo un caso di specie, quello del Napoli, una società che certamente non ha vinto molto nella propria storia. Siamo nell’anno del centenario: il primo agosto 2026 il club compie, appunto, un secolo, e gli scudetti conquistati sono quattro. Una media bassa se paragonata a quella di altre squadre più blasonate.

Napoli, una piazza spaccata anche quando si vince

Uno di questi scudetti è arrivato anche, e non solo, per merito di Antonio Conte e di Romelu Lukaku. Conte e l’attaccante belga sono due entità quasi inscindibili: lo raccontano le rispettive carriere. Allenatore e calciatore che si sono esaltati spesso quando hanno lavorato insieme: è accaduto all’Inter, dove i due sono stati capaci di riportare uno scudetto a Milano dopo nove anni di trionfi altrui, ed è successo nuovamente all’ombra del Vesuvio.

Antonio Conte
Antonio Conte bacia la coppa del quarto scudetto del Napoli

Un Napoli che, archiviatо il tricolore di Luciano Spalletti, è precipitato in un anno disastroso, nel quale la dirigenza aveva letteralmente perso la trebisonda, affidando il club a un direttore sportivo come Mauro Meluso e a un allenatore come Rudi Garcia, che ha prodotto più danni delle cavallette in un campo di grano ed è stato sostituito in un tentativo disperato di ritorno alle origini con Walter Mazzarri e poi con Francesco Calzona, chiamato a riprendere il credo “spallettiano” quando ormai era troppo tardi e la stagione risultava fatalmente compromessa.

Il risultato finale è stato un decimo posto. Confusione totale delle dirigenza che, compresi gli errori marchiani, ha puntato su Conte. E anche qua, alcuni oltranzisti della critica precostituita, hanno addebitato colpe al mister, reo di non aver accettato la panchina in corsa per il dopo-Garcia. Accusatori che non hanno compreso che quella decisione è stata il seme poi germogliato nella straordinaria vittoria dell’anno seguente. Stolti. 

È servito un costruttore, anzi un ricostruttore come Antonio Conte, che ha preso una squadra dalle macerie, depressa e devastata, e l’ha condotta alla vittoria di uno scudetto anche grazie a una società finalmente ritornata in sé, consapevole che, oltre alla guida tecnica di polso, fosse necessario un mercato di un certo rilievo. Sono arrivati Scott McTominay e Romelu Lukaku, calciatori vetrina di quella annata, insieme ad altri protagonisti: un Giovanni Di Lorenzo ritrovato, anche grazie a Conte che ne ha impedito la partenza; un Politano rigenerato, Lobotka e una serie di interpreti a cui è stata aggiunta anche la qualità di Alessandro Buongiorno, utile a rimpinguare una difesa che nell’anno precedente era apparsa traballante con l’addio di Kim.

Insomma, il Napoli è riuscito a vincere uno scudetto che nessuno si attendeva, maturato all’ultima giornata contro un’Inter che, per qualità degli undici iniziali e profondità della rosa, anche in virtù dell’impegno in Champions League, appariva superiore. Eppure, quel triangolino dei sogni, per una parte della tifoseria, non è stato pienamente goduto, poiché si attribuiscono a Conte delle colpe succedanee difficilmente comprensibili e ancor più arditamente sostenibili, come se l’allenatore avesse devastato i programmi aziendali, generando un buco di bilancio che, nei fatti, non esiste.

Scott McTominay
la rovesciata tricolore di Scott McTominay

Il blocco del mercato di gennaio non è affatto imputabile a Conte, bensì a norme federali modificate operati in autunno e successivamente riviste durante l’inverno. Regole che, infatti, nel prossimo mercato non incideranno. Aspetto, questo, colpevolmente sottaciuto dai cecchini interni di questa piazza, silenti per mesi e accalorati quando il campo ha decretato i suoi verdetti principali. Incoerenti.

Che nella scorsa sessione qualcosa sia stato sbagliato è fuori discussione: Lorenzo Lucca, profilo voluto da Conte, non ha reso; Noa Lang, anch’egli indicato dall’allenatore, non ha funzionato. E non tatticamente, bensì empaticamente. Aspetto che per il Mister è importante quasi quando la perizia calcistica. Ma ciò non può costituire motivo per definire fallimentare l’esperienza di Conte che, in un’annata segnata da numerosi infortuni – non tutti ascrivibili allo staff tecnico – ha comunque conquistato una Supercoppa e si appresta, verosimilmente, a chiudere al secondo posto un campionato vinto dall’Inter la cui infermeria è mediamente stata più libera. Fatti.

Napoli: si vince e si perde insieme

La verità è che Conte è un uomo forte, una figura che probabilmente ha sottratto parte dello scettro della visibilità al presidente Aurelio De Laurentiis, uomo istrionico e vulcanico. Questo, a una certa parte della tifoseria, non è piaciuto. In realtà, Napoli è un sistema complesso: funziona quando funziona la liaison tra allenatore, presidente, calciatori e piazza, intesa come stampa e tifosi. Pensare che una vittoria sia merito esclusivo di Conte o, al contrario, soltanto di De Laurentiis è una fesseria, non esistono altri termini per definirla: una rappresentazione distorta che non fotografa la realtà dei fatti.

Quello scudetto che i nerazzurri stanno per rivendicare non è di Antonio Conte, così come non è soltanto di Romelu Lukaku: è dell’allenatore, di Lukaku, di McTominay, di Di Lorenzo, del presidente De Laurentiis, dello staff sanitario e anche dei tifosi. Le vittorie sono frutto di sistemi funzionanti, di pacchetti complessi puntualmente armonizzati. Così come, di converso, le stagioni meno riuscite sono frutto di un gruppo che non s’è espresso al massimo. Non è possibile ascrivere la responsabilità a un solo uomo forte, concetto antistorico che in Italia ha fatto troppi danni. E che ne continua a cagionare.

Questa battaglia puerile nei confronti di Conte ha un’unica ragione: generare consenso facile. Per emergere e conquistare visibilità è spesso necessario alimentare il fuoco. Nella notte buia, i falò servono ad attirare le persone, ma non sempre conducono in un luogo sicuro. Anzi, spesso fanno bruciare l’errante che credeva di giungere ad un comodo e sicuro approdo. 


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Partenopeo, misantropo, progger talebano
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Il calcio è materia divisiva per natura: non concilia, non unisce, non solidifica e, spesso, crea veri e propri cortocircuiti. Questa dinamica, peraltro, non si verifica soltanto all’esterno, ma anche all’interno della stessa tifoseria. Prendiamo un caso di specie, quello del Napoli, una società che certamente non ha vinto molto nella propria storia. Siamo nell’anno del centenario: il primo agosto 2026 il club compie, appunto, un secolo, e gli scudetti conquistati sono quattro. Una media bassa se paragonata a quella di altre squadre più blasonate.

Napoli, una piazza spaccata anche quando si vince

Uno di questi scudetti è arrivato anche, e non solo, per merito di Antonio Conte e di Romelu Lukaku. Conte e l’attaccante belga sono due entità quasi inscindibili: lo raccontano le rispettive carriere. Allenatore e calciatore che si sono esaltati spesso quando hanno lavorato insieme: è accaduto all’Inter, dove i due sono stati capaci di riportare uno scudetto a Milano dopo nove anni di trionfi altrui, ed è successo nuovamente all’ombra del Vesuvio.

Antonio Conte
Antonio Conte bacia la coppa del quarto scudetto del Napoli

Un Napoli che, archiviatо il tricolore di Luciano Spalletti, è precipitato in un anno disastroso, nel quale la dirigenza aveva letteralmente perso la trebisonda, affidando il club a un direttore sportivo come Mauro Meluso e a un allenatore come Rudi Garcia, che ha prodotto più danni delle cavallette in un campo di grano ed è stato sostituito in un tentativo disperato di ritorno alle origini con Walter Mazzarri e poi con Francesco Calzona, chiamato a riprendere il credo “spallettiano” quando ormai era troppo tardi e la stagione risultava fatalmente compromessa.

Il risultato finale è stato un decimo posto. Confusione totale delle dirigenza che, compresi gli errori marchiani, ha puntato su Conte. E anche qua, alcuni oltranzisti della critica precostituita, hanno addebitato colpe al mister, reo di non aver accettato la panchina in corsa per il dopo-Garcia. Accusatori che non hanno compreso che quella decisione è stata il seme poi germogliato nella straordinaria vittoria dell’anno seguente. Stolti. 

È servito un costruttore, anzi un ricostruttore come Antonio Conte, che ha preso una squadra dalle macerie, depressa e devastata, e l’ha condotta alla vittoria di uno scudetto anche grazie a una società finalmente ritornata in sé, consapevole che, oltre alla guida tecnica di polso, fosse necessario un mercato di un certo rilievo. Sono arrivati Scott McTominay e Romelu Lukaku, calciatori vetrina di quella annata, insieme ad altri protagonisti: un Giovanni Di Lorenzo ritrovato, anche grazie a Conte che ne ha impedito la partenza; un Politano rigenerato, Lobotka e una serie di interpreti a cui è stata aggiunta anche la qualità di Alessandro Buongiorno, utile a rimpinguare una difesa che nell’anno precedente era apparsa traballante con l’addio di Kim.

Insomma, il Napoli è riuscito a vincere uno scudetto che nessuno si attendeva, maturato all’ultima giornata contro un’Inter che, per qualità degli undici iniziali e profondità della rosa, anche in virtù dell’impegno in Champions League, appariva superiore. Eppure, quel triangolino dei sogni, per una parte della tifoseria, non è stato pienamente goduto, poiché si attribuiscono a Conte delle colpe succedanee difficilmente comprensibili e ancor più arditamente sostenibili, come se l’allenatore avesse devastato i programmi aziendali, generando un buco di bilancio che, nei fatti, non esiste.

Scott McTominay
la rovesciata tricolore di Scott McTominay

Il blocco del mercato di gennaio non è affatto imputabile a Conte, bensì a norme federali modificate operati in autunno e successivamente riviste durante l’inverno. Regole che, infatti, nel prossimo mercato non incideranno. Aspetto, questo, colpevolmente sottaciuto dai cecchini interni di questa piazza, silenti per mesi e accalorati quando il campo ha decretato i suoi verdetti principali. Incoerenti.

Che nella scorsa sessione qualcosa sia stato sbagliato è fuori discussione: Lorenzo Lucca, profilo voluto da Conte, non ha reso; Noa Lang, anch’egli indicato dall’allenatore, non ha funzionato. E non tatticamente, bensì empaticamente. Aspetto che per il Mister è importante quasi quando la perizia calcistica. Ma ciò non può costituire motivo per definire fallimentare l’esperienza di Conte che, in un’annata segnata da numerosi infortuni – non tutti ascrivibili allo staff tecnico – ha comunque conquistato una Supercoppa e si appresta, verosimilmente, a chiudere al secondo posto un campionato vinto dall’Inter la cui infermeria è mediamente stata più libera. Fatti.

Napoli: si vince e si perde insieme

La verità è che Conte è un uomo forte, una figura che probabilmente ha sottratto parte dello scettro della visibilità al presidente Aurelio De Laurentiis, uomo istrionico e vulcanico. Questo, a una certa parte della tifoseria, non è piaciuto. In realtà, Napoli è un sistema complesso: funziona quando funziona la liaison tra allenatore, presidente, calciatori e piazza, intesa come stampa e tifosi. Pensare che una vittoria sia merito esclusivo di Conte o, al contrario, soltanto di De Laurentiis è una fesseria, non esistono altri termini per definirla: una rappresentazione distorta che non fotografa la realtà dei fatti.

Quello scudetto che i nerazzurri stanno per rivendicare non è di Antonio Conte, così come non è soltanto di Romelu Lukaku: è dell’allenatore, di Lukaku, di McTominay, di Di Lorenzo, del presidente De Laurentiis, dello staff sanitario e anche dei tifosi. Le vittorie sono frutto di sistemi funzionanti, di pacchetti complessi puntualmente armonizzati. Così come, di converso, le stagioni meno riuscite sono frutto di un gruppo che non s’è espresso al massimo. Non è possibile ascrivere la responsabilità a un solo uomo forte, concetto antistorico che in Italia ha fatto troppi danni. E che ne continua a cagionare.

Questa battaglia puerile nei confronti di Conte ha un’unica ragione: generare consenso facile. Per emergere e conquistare visibilità è spesso necessario alimentare il fuoco. Nella notte buia, i falò servono ad attirare le persone, ma non sempre conducono in un luogo sicuro. Anzi, spesso fanno bruciare l’errante che credeva di giungere ad un comodo e sicuro approdo. 


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