C’è un prima e un dopo nella vita di Ezequiel Lavezzi. Un confine netto, segnato da un periodo buio e da una rinascita che oggi ha il volto della serenità. Dall’Uruguay, a Punta del Este, l’ex attaccante del Napoli si racconta in una lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera, ripercorrendo le tappe più complesse della sua esistenza, tra fragilità personali e una nuova consapevolezza.
“Ho attraversato un periodo difficile, ma ora sto bene”, racconta Lavezzi. Parole semplici, ma che racchiudono un percorso profondo. L’ex azzurro non nasconde il dolore vissuto: “Un profondo malessere, ho conosciuto l’oscurità. Mi facevo del male. A me e a chi mi stava vicino”.

Dal buio alla rinascita: “Chiedere aiuto è fondamentale”
Il racconto entra nel dettaglio di mesi complicati, segnati da depressione e ansia: “Non ero mai lucido, la testa piena di pensieri negativi”. Un periodo in cui, come spesso accade, attorno a lui si sono moltiplicate voci e ricostruzioni: “Ero l’unico a sapere davvero cosa stessi attraversando”. Il punto di svolta arriva grazie alla famiglia e alla decisione di affidarsi a specialisti: “Avevo toccato il fondo. Grazie al sostegno di mia moglie e dei miei cari ho iniziato un percorso. Non è finito, ma voglio dire una cosa: chi soffre deve chiedere aiuto”.
Un messaggio forte, diretto, che va oltre il calcio. Lavezzi oggi guarda a quel periodo con occhi diversi: “Sono orgoglioso di aver affrontato le mie fragilità. A volte non puoi conoscere la luce senza aver visto il buio”.

Napoli, Maradona e una scelta di cuore
Nel racconto non può mancare Napoli, capitolo centrale della sua carriera e della sua vita. Una scelta, quella azzurra, fatta contro logiche economiche: “La prima a volermi è stata l’Atalanta, ma poi si è presentato il Napoli. Per noi argentini era la città di Maradona. Ho rinunciato ai soldi, ma sentivo che dovevo venire qui”. Un legame viscerale, costruito giorno dopo giorno: “Sono stato travolto dall’affetto dei napoletani. Cinquanta tifosi sotto casa ogni mattina. Situazioni che impari ad amare”.
È lì che nasce il “Pocho”, soprannome diventato identità: “Abbiamo portato il Napoli in Champions, al tempo era una follia. È stata una storia d’amore incredibile”. E quando gli viene chiesto di fare un confronto, la risposta è netta: “Meglio che a Napoli? No, niente supererà Napoli. È il posto che ho amato di più”. Oggi il calcio è sullo sfondo. Lavezzi ha smesso presto, a 34 anni, per scelta: “Ero stanco, volevo lasciare ad alti livelli. È stato un gesto di rispetto”.
Ma soprattutto, oggi, c’è altro: “Voglio vivere, godermi la famiglia. Ho due figli, è il dono più grande”. Il pallone resta una parte fondamentale della sua storia – “mi ha salvato” – ma non più il centro di tutto. E forse è proprio questa la sua vittoria più grande.
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