Diciamolo con franchezza: ogni volta che Aurelio De Laurentiis apre bocca, il dibattito è assicurato per giorni. Le sue esternazioni oscillano tra intuizioni che ambiscono a riscrivere il calcio e sortite che sconfinano nell’utopia, quando non in una provocazione fine a se stessa. E va riconosciuto che, in alcuni casi, certe sue visioni hanno persino trovato sponda nella realtà: basti pensare all’estensione delle panchine o alla crescente flessibilità nell’utilizzo delle sostituzioni. In altri, invece, il terreno resta quello delle suggestioni, affascinanti ma difficilmente applicabili, anche considerando l’orizzonte temporale – non infinito – di chi le propone.

Aurelio De Laurentiis e la sua visione del calcio
Nell’intervista rilasciata a The Athletic, le consuete traiettorie del pensiero del presidente si sono dispiegate senza filtri: dal rapporto con Antonio Conte alla visione di un calcio rivoluzionato nei suoi cardini, con tempi ridotti a 20-25 minuti per frazione, abolizione dei cartellini rossi, revisione radicale del fuorigioco, fino all’idea – francamente più ideologica che concreta – di un sistema calcistico senza “province”, aperto a contaminazioni internazionali. Un disegno che, più che riformista, appare velleitario.
Non è mancato, come da copione, l’attacco ai procuratori. Una battaglia di vecchia data per De Laurentiis, che tuttavia si scontra con un dato oggettivo difficilmente eludibile: il Napoli figura tra i club che più investono in commissioni agli agenti. Una contraddizione evidente, che rende il suo j’accuse meno granitico di quanto vorrebbe apparire. Non sorprende, quindi, la replica immediata dell’associazione di categoria, che ha chiesto al presidente di abbandonare le generalizzazioni e di circostanziare le accuse. Una richiesta legittima, perché sparare nel mucchio non è mai esercizio di rigore intellettuale.

Aurelio De Laurentiis e la corte dei miracoli che non serve a nessuno
Il punto, però, è un altro. Le parole dell’imprenditore hanno generato, come spesso accade, una reazione entusiastica in certa parte del giornalismo autoctono, pronta a esaltare senza filtro anche i passaggi più discutibili. Ed è qui che il discorso scivola su un piano più delicato: lodare il lavoro di un dirigente non implica – o, meglio, non dovrebbe implicare – l’abdicazione totale del senso critico.
De Laurentiis è, senza dubbio, un manager di alto profilo. Un principe machiavelliano nel senso più pieno del termine: uomo di visione e di azione, capace di coniugare strategia imprenditoriale e pragmatismo operativo. Ha preso una realtà fragile e l’ha trasformata in un modello sostenibile, competitivo, persino vincente. In un contesto storicamente dominato da poteri economici ben più robusti, ha costruito un’eccezione. E questo gli va riconosciuto senza riserve.
Proprio per tale ragione, però, non ha bisogno di cortigiani. Non ha bisogno di un seguito di lacché pronti a trasformare ogni sua parola in verità rivelata, né di un coro di cavalieri serventi che si affannano a stendere tappeti rossi sotto ogni dichiarazione. Il rispetto non si misura nella piaggeria, ma nella capacità di mantenere lucidità di giudizio.
De Laurentiis è un personaggio pubblico, divisivo per natura, diretto fino alla brutalità espressiva. Ed è anche questo che ne alimenta il carisma. Ma la schiettezza non può diventare un alibi per l’eccesso. Quando il giudizio si fa troppo tranchant, se la provocazione supera la soglia della dialettica accettabile, il compito di chi osserva e racconta non è applaudire, ma analizzare. Anche criticare, se necessario. Perché altrimenti si scivola, inevitabilmente, nel terreno più sterile e imbarazzante: quello del lecchinismo. E lì, più che il presidente, è il racconto che si copre di ridicolo.
L’ultimo episodio di Grazie al Calcio in cui si affronta (anche) il tema De Laurentiis:
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