Maurizio Sarri

Sarri-Napoli, il fascino della nostalgia e il rischio delle illusioni

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Scritto da Pasquale Spirito

7 Maggio 2026

Il tema della settimana non può che riportare a galla una malinconia sottile: quella per ciò che è stato e, soprattutto, per ciò che non è stato, quantomeno non per gli almanacchi. Parliamo dell’ennesimo, ipotetico ritorno di Maurizio Sarri sulla panchina del Napoli.

La memoria corta del dibattito calcistico

L’establishment giornalistico, compatto come raramente accade, si è già schierato: via libera al ritorno del tecnico toscano. Il bersaglio, oggi, è Antonio Conte, accusato – a loro dire – di proporre un calcio spento, se non del tutto inesistente. Un’accusa che rimbalza di editorialista in editorialista, in un coro autoreferenziale dove ognuno fa eco all’altro.

Fa sorridere, però, la memoria cortissima degli stessi che oggi invocano Sarri come un profeta del bel gioco. Sono gli stessi che, non troppo tempo fa, lo criticavano per la sua rigidità: sempre gli stessi titolari, cambi tardivi, scarsa elasticità e – soprattutto – incapacità di vincere. Oggi, improvvisamente, tutto dimenticato. Anzi, ribaltato. Ora domina l’ideologia del momento: meglio “divertirsi” che vincere. Una posizione romantica quanto comoda, soprattutto quando i trofei non arrivano. Cambiare idea è legittimo. Riscrivere il passato, molto meno. E qui si sfiora il grottesco.

Napoli - Lazio
Maurizio Sarri

Quel Napoli non può essere replicato

C’è poi un dettaglio che sfugge o si finge di ignorare: il ritorno di Sarri non riporterebbe in vita quel Napoli che incantava l’Europa. Non torneranno Callejón, Mertens, Albiol, Hamsik. Insigne, Ghoulam o Koulibaly. Quel calcio non era solo un’idea: era materia prima di altissima qualità, talento puro tradotto in armonia collettiva. Lo stesso Sarri lo ha ammesso più volte, spiegando perché quel modello non sia più replicabile nelle sue esperienze successive. Né al Chelsea né alla Juventus né tantomeno alla Lazio.

Napoli, però, non è ingenua. È una piazza più lucida di quanto certi provocatori della carta stampata vogliano far credere. È una città inclusiva, sì, ma non sprovveduta. Accoglierebbe Sarri senza rancore – di questo ne ho la completa certezza – nonostante le sue deviazioni bianconere che lo stesso Sarri escludeva nel suo futuro durante le sue conferenze a Castel Volturno – per poi smentirsi successivamente. Ma non accetterebbe un ritorno nostalgico e svuotato, una replica sbiadita di ciò che fu. Perché a Napoli le minestre riscaldate non piacciono. E, soprattutto, non si mangiano.


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Il tema della settimana non può che riportare a galla una malinconia sottile: quella per ciò che è stato e, soprattutto, per ciò che non è stato, quantomeno non per gli almanacchi. Parliamo dell’ennesimo, ipotetico ritorno di Maurizio Sarri sulla panchina del Napoli.

La memoria corta del dibattito calcistico

L’establishment giornalistico, compatto come raramente accade, si è già schierato: via libera al ritorno del tecnico toscano. Il bersaglio, oggi, è Antonio Conte, accusato – a loro dire – di proporre un calcio spento, se non del tutto inesistente. Un’accusa che rimbalza di editorialista in editorialista, in un coro autoreferenziale dove ognuno fa eco all’altro.

Fa sorridere, però, la memoria cortissima degli stessi che oggi invocano Sarri come un profeta del bel gioco. Sono gli stessi che, non troppo tempo fa, lo criticavano per la sua rigidità: sempre gli stessi titolari, cambi tardivi, scarsa elasticità e – soprattutto – incapacità di vincere. Oggi, improvvisamente, tutto dimenticato. Anzi, ribaltato. Ora domina l’ideologia del momento: meglio “divertirsi” che vincere. Una posizione romantica quanto comoda, soprattutto quando i trofei non arrivano. Cambiare idea è legittimo. Riscrivere il passato, molto meno. E qui si sfiora il grottesco.

Napoli - Lazio
Maurizio Sarri

Quel Napoli non può essere replicato

C’è poi un dettaglio che sfugge o si finge di ignorare: il ritorno di Sarri non riporterebbe in vita quel Napoli che incantava l’Europa. Non torneranno Callejón, Mertens, Albiol, Hamsik. Insigne, Ghoulam o Koulibaly. Quel calcio non era solo un’idea: era materia prima di altissima qualità, talento puro tradotto in armonia collettiva. Lo stesso Sarri lo ha ammesso più volte, spiegando perché quel modello non sia più replicabile nelle sue esperienze successive. Né al Chelsea né alla Juventus né tantomeno alla Lazio.

Napoli, però, non è ingenua. È una piazza più lucida di quanto certi provocatori della carta stampata vogliano far credere. È una città inclusiva, sì, ma non sprovveduta. Accoglierebbe Sarri senza rancore – di questo ne ho la completa certezza – nonostante le sue deviazioni bianconere che lo stesso Sarri escludeva nel suo futuro durante le sue conferenze a Castel Volturno – per poi smentirsi successivamente. Ma non accetterebbe un ritorno nostalgico e svuotato, una replica sbiadita di ciò che fu. Perché a Napoli le minestre riscaldate non piacciono. E, soprattutto, non si mangiano.


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