Dopo le dichiarazioni emerse nei giorni scorsi, francamente non credo che interessi a molti sapere se Kevin De Bruyne fosse stato individuato lo scorso anno come rinforzo per Massimiliano Allegri o per Antonio Conte, l’allenatore con cui poi ha effettivamente lavorato. Ciò che suscita davvero curiosità è un’altra questione: da chi avrebbe ricevuto le famose “garanzie” di cui oggi parla con tanta convinzione?
Dal ritiro della nazionale belga, De Bruyne ha raccontato che gli sarebbe stato promesso un certo tipo di calcio perché, a suo dire, “il calcio deve restare divertente”, lasciando intendere che questo aspetto gli sia mancato durante la sua esperienza napoletana.

Ora, tralasciando il fatto che il calcio immaginato da Allegri e quello praticato da Conte possano avere sfumature differenti ma certamente non appartengano a galassie opposte, una domanda sorge spontanea: con chi, esattamente, De Bruyne avrebbe concordato queste presunte garanzie?
Parliamo di un calciatore straordinario, reduce da anni trascorsi sotto la guida di Pep Guardiola, immerso in uno dei sistemi di gioco più codificati e riconoscibili del panorama mondiale. Eppure viene da chiedersi: prima di firmare, si era realmente informato sui principi calcistici della squadra nella quale sarebbe approdato?
Con tutto l’affetto possibile, Kevin, e con la sincera soddisfazione per il tuo arrivo a Napoli e per la tua possibile permanenza, ho la sensazione che questa volta tu abbia leggermente mancato il bersaglio. Per usare un’espressione più popolare, l’hai fatta un po’ fuori dal vaso.
Perché, a meno che i tuoi interlocutori non si fossero presentati indossando le maschere di Hansi Flick, Xavi Hernández, Luis Enrique, di un giovane Arrigo Sacchi o addirittura di un redivivo Rinus Michels, viene naturale pensare che tu abbia prestato poca attenzione. Non solo nel comprendere quale calcio avresti dovuto interpretare, ma anche nel valutare ciò che la società e l’allenatore avevano tentato di costruire per mantenere credibili quelle promesse. I cosiddetti Fab Four schierati contemporaneamente in campo come li hai interpretati? Come una manifestazione del calcio tipico di Antonio Conte? Direi proprio di no.
Ma c’è di più. Nemmeno Massimiliano Allegri ha mai costruito la propria filosofia attorno al possesso palla perpetuo o al palleggio estetico come fine ultimo del gioco. È un dettaglio che forse vale la pena annotare, considerando che il tecnico toscano dovrebbe guidare questa squadra per i prossimi due anni. Meglio prendere appunti: potrebbe tornare utile per evitare fraintendimenti futuri.
C’è poi un’ultima dichiarazione che trovo particolarmente irritante: quella relativa al fatto di “non aver mai giocato nel proprio ruolo”. Davvero? Perché il dibattito che ha accompagnato gran parte della stagione raccontava una realtà ben diversa. L’intero panorama mediatico, non soltanto quello italiano, si interrogava sull’opportunità di mantenerti a tutti i costi tra i titolari, costringendo Scott McTominay – e sottolineo Scott McTominay, il trascinatore dello Scudetto 2025 e l’uomo simbolo della rinascita del Napoli dopo il tuo infortunio – a occupare posizioni più esterne e meno naturali, sacrificando le caratteristiche che lo rendono una mezzala pura.
Alla luce di tutto questo, sei davvero convinto che le tue parole siano state razionali, equilibrate e soprattutto obiettive? Probabilmente questa posizione non piacerà a molti. Qualcuno riterrà legittimo che De Bruyne abbia scelto di esternare il proprio dissenso una volta terminata la stagione – o di vomitarlo, scegliete voi il termine più adatto – senza mai affrontare pubblicamente l’argomento durante l’anno e con Antonio Conte ormai lontano da Castel Volturno, dopo la risoluzione consensuale del suo contratto.
Personalmente, però, continuo a dare maggiore valore a esempi che appartengono alla storia recente del Napoli. Penso a Lorenzo Insigne, che non pronunciò una sola parola fuori posto quando Carlo Ancelotti insisteva nel vederlo come prima punta, un ruolo che non gli è mai appartenuto realmente. Penso a Dries Mertens, che non rivolse mai una critica a Luciano Spalletti quando quest’ultimo faticava a immaginare una convivenza stabile con Osimhen dal primo minuto, salvo poi essere costretto dagli eventi e dal campo a rivedere le proprie convinzioni.
Ecco, io continuo a preferire questa forma di eleganza. Quella che non cerca rivincite postume, non rincorre titoli e non pretende di riscrivere la realtà a posteriori. Quella che lascia parlare il campo e, quando serve, i fatti. Perché tra la compostezza di chi ha saputo sopportare in silenzio e la teatralità di uno sbadiglio d’alto bordo riuscito male, continuo a scegliere la prima. Senza il minimo dubbio.
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