Silvio Baldini

Baldini insegna che ce vonne ’e cazzi faticati pe’ fa ’e figli carrettieri

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Scritto da Pasquale Spirito

8 Giugno 2026

Nel calcio, come nella vita, gli allenatori che restano nella memoria non sono necessariamente quelli che hanno riempito una bacheca di trofei. Esistono figure che riescono a lasciare un segno più profondo, perché incarnano un’idea, una filosofia, un modo di stare al mondo prima ancora che in panchina. Silvio Baldini appartiene a questa categoria.

In un’epoca in cui l’omologazione è diventata una virtù e il pensiero indipendente quasi una colpa, Baldini continua a distinguersi per una qualità sempre più rara: la libertà. Libertà di dire ciò che pensa; libertà di non piegarsi alle convenienze; libertà di mettere il lavoro davanti alle mode. Chi non accetta di essere vassallo dei poteri dominanti resta cavaliere per sempre, e Baldini ha dimostrato ancora una volta di appartenere a questa stirpe.

Al termine della sua esperienza da traghettatore, le sue dichiarazioni hanno avuto il pregio della semplicità e della verità. Nessun esercizio di diplomazia, nessuna frase costruita per compiacere qualcuno. Solo la fotografia di un calcio italiano che ha progressivamente smarrito la cultura del lavoro.

Le sue parole sull’allenamento hanno colpito nel segno. Perché, al netto delle sofisticate terminologie moderne, resta difficile comprendere come si possa pensare di costruire atleti completi allenandoli un’ora e mezza al giorno e consacrando il resto del tempo al culto quasi religioso del recupero. Oggi sembra che il riposo sia diventato una dottrina intoccabile. Guai a parlare di carichi di lavoro, di sacrificio, di fatica. Guai a ricordare che il miglior modo per reggere una stagione non è allenarsi meno, ma allenarsi meglio e più seriamente.

Da anni assistiamo a una deriva culturale che ha trasformato molti addetti ai lavori in improvvisati fisiatri. Si parla ossessivamente di gestione delle energie, di minutaggi, di prevenzione degli infortuni, ma troppo spesso ci si dimentica dell’aspetto fondamentale: la continuità atletica e mentale lungo un’intera annata agonistica. Si preferisce monitorare il gps anziché costruire gambe, carattere e resistenza.

Eppure la realtà continua a presentare il conto. Non sono poche le squadre che partono come razzi per poi smontarsi a metà stagione, vittime di una preparazione che sembra pensata per vincere il mese di settembre anziché arrivare fino a maggio. Squadre celebrate per il loro calcio brillante, per la loro intensità iniziale, salvo poi ritrovarsi senza benzina quando i traguardi più importanti entrano nel vivo.

Conte Napoli
Antonio Conte

Antonio Conte, che della cultura del lavoro ha fatto una religione professionale, ha spesso ripetuto che bisogna mettere fieno in cascina. Un concetto semplice, quasi elementare, che però oggi appare in controtendenza. Al contrario, si preferisce inseguire modelli che hanno elevato il recupero a valore assoluto, come se il sudore fosse diventato un reperto archeologico e la fatica una parola fuori moda.

Viviamo nell’epoca del controllo maniacale, delle tabelle, dei dati, degli algoritmi. Tutto viene misurato, catalogato, analizzato. Ma ciò che spesso sfugge è che il calcio continua a essere uno sport fatto di uomini, di carattere e di resistenza. E la resistenza non si costruisce sul lettino.

Un dibattito che probabilmente si sposa sulla scelta di Massimiliano Allegri da parte di Aurelio De Laurentiis. Una parte della tifoseria avrebbe preferito il dogmatismo tattico di Vincenzo Italiano, quasi trasformato in una figura salvifica. Eppure pochi si sono soffermati sul motivo che può aver spinto il presidente del Napoli verso una soluzione differente. Forse la volontà di affidarsi a un tecnico di esperienza internazionale, capace di accompagnare il club oltre quei quarti di finale europei che rappresentano ancora il miglior risultato continentale della sua storia. Forse il desiderio di evitare che una squadra brillante per alcuni mesi finisca poi per perdere slancio proprio nel momento decisivo, come accaduto quest’anno all’ex tecnico felsineo.

Le parole più profonde di Baldini, tuttavia, non riguardano soltanto il lavoro fisico, ma anche la mentalità. “Lo so che chi verrà sarà legato al risultato, ma l’importante è non farsi prendere dalla paura del risultato: sennò non capirà neanche perché vince”.

In questa frase c’è molto più calcio di quanto possano contenere decine di manuali. C’è la consapevolezza che la competenza non coincide con l’ossessione del risultato immediato. C’è l’idea che vincere sia una conseguenza di un percorso e non un obiettivo da inseguire nel panico.

Forse è proprio qui che il calcio italiano continua a sbagliare. Scambia le competenze per opinioni, il lavoro per un dettaglio e la fatica per un problema da evitare. Baldini, invece, ci ricorda una verità antica che a Napoli conoscono bene e che il proverbio popolare sintetizza alla perfezione: ce vonne ’e cazzi faticati pe’ fa ’e figli carrettieri. Perché i risultati duraturi non nascono dalle scorciatoie. Nascono dal lavoro. Sempre.


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Nel calcio, come nella vita, gli allenatori che restano nella memoria non sono necessariamente quelli che hanno riempito una bacheca di trofei. Esistono figure che riescono a lasciare un segno più profondo, perché incarnano un’idea, una filosofia, un modo di stare al mondo prima ancora che in panchina. Silvio Baldini appartiene a questa categoria.

In un’epoca in cui l’omologazione è diventata una virtù e il pensiero indipendente quasi una colpa, Baldini continua a distinguersi per una qualità sempre più rara: la libertà. Libertà di dire ciò che pensa; libertà di non piegarsi alle convenienze; libertà di mettere il lavoro davanti alle mode. Chi non accetta di essere vassallo dei poteri dominanti resta cavaliere per sempre, e Baldini ha dimostrato ancora una volta di appartenere a questa stirpe.

Al termine della sua esperienza da traghettatore, le sue dichiarazioni hanno avuto il pregio della semplicità e della verità. Nessun esercizio di diplomazia, nessuna frase costruita per compiacere qualcuno. Solo la fotografia di un calcio italiano che ha progressivamente smarrito la cultura del lavoro.

Le sue parole sull’allenamento hanno colpito nel segno. Perché, al netto delle sofisticate terminologie moderne, resta difficile comprendere come si possa pensare di costruire atleti completi allenandoli un’ora e mezza al giorno e consacrando il resto del tempo al culto quasi religioso del recupero. Oggi sembra che il riposo sia diventato una dottrina intoccabile. Guai a parlare di carichi di lavoro, di sacrificio, di fatica. Guai a ricordare che il miglior modo per reggere una stagione non è allenarsi meno, ma allenarsi meglio e più seriamente.

Da anni assistiamo a una deriva culturale che ha trasformato molti addetti ai lavori in improvvisati fisiatri. Si parla ossessivamente di gestione delle energie, di minutaggi, di prevenzione degli infortuni, ma troppo spesso ci si dimentica dell’aspetto fondamentale: la continuità atletica e mentale lungo un’intera annata agonistica. Si preferisce monitorare il gps anziché costruire gambe, carattere e resistenza.

Eppure la realtà continua a presentare il conto. Non sono poche le squadre che partono come razzi per poi smontarsi a metà stagione, vittime di una preparazione che sembra pensata per vincere il mese di settembre anziché arrivare fino a maggio. Squadre celebrate per il loro calcio brillante, per la loro intensità iniziale, salvo poi ritrovarsi senza benzina quando i traguardi più importanti entrano nel vivo.

Conte Napoli
Antonio Conte

Antonio Conte, che della cultura del lavoro ha fatto una religione professionale, ha spesso ripetuto che bisogna mettere fieno in cascina. Un concetto semplice, quasi elementare, che però oggi appare in controtendenza. Al contrario, si preferisce inseguire modelli che hanno elevato il recupero a valore assoluto, come se il sudore fosse diventato un reperto archeologico e la fatica una parola fuori moda.

Viviamo nell’epoca del controllo maniacale, delle tabelle, dei dati, degli algoritmi. Tutto viene misurato, catalogato, analizzato. Ma ciò che spesso sfugge è che il calcio continua a essere uno sport fatto di uomini, di carattere e di resistenza. E la resistenza non si costruisce sul lettino.

Un dibattito che probabilmente si sposa sulla scelta di Massimiliano Allegri da parte di Aurelio De Laurentiis. Una parte della tifoseria avrebbe preferito il dogmatismo tattico di Vincenzo Italiano, quasi trasformato in una figura salvifica. Eppure pochi si sono soffermati sul motivo che può aver spinto il presidente del Napoli verso una soluzione differente. Forse la volontà di affidarsi a un tecnico di esperienza internazionale, capace di accompagnare il club oltre quei quarti di finale europei che rappresentano ancora il miglior risultato continentale della sua storia. Forse il desiderio di evitare che una squadra brillante per alcuni mesi finisca poi per perdere slancio proprio nel momento decisivo, come accaduto quest’anno all’ex tecnico felsineo.

Le parole più profonde di Baldini, tuttavia, non riguardano soltanto il lavoro fisico, ma anche la mentalità. “Lo so che chi verrà sarà legato al risultato, ma l’importante è non farsi prendere dalla paura del risultato: sennò non capirà neanche perché vince”.

In questa frase c’è molto più calcio di quanto possano contenere decine di manuali. C’è la consapevolezza che la competenza non coincide con l’ossessione del risultato immediato. C’è l’idea che vincere sia una conseguenza di un percorso e non un obiettivo da inseguire nel panico.

Forse è proprio qui che il calcio italiano continua a sbagliare. Scambia le competenze per opinioni, il lavoro per un dettaglio e la fatica per un problema da evitare. Baldini, invece, ci ricorda una verità antica che a Napoli conoscono bene e che il proverbio popolare sintetizza alla perfezione: ce vonne ’e cazzi faticati pe’ fa ’e figli carrettieri. Perché i risultati duraturi non nascono dalle scorciatoie. Nascono dal lavoro. Sempre.


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