Antonio De Curtis, in arte Totò, conosciuto anche come il principe della risata, scriveva nella sua ‘A Livella che l’unica cosa in grado di porre tutti gli esseri umani ad uno stesso livello è la morte, ossia il punto in cui non resta null’altro se non l’essenza più profonda dell’umanità, probabilmente la sua finitezza. Eppure, forse, esiste un’altra livella, molto più vitale, colorata e chiassosa: gli spalti di uno stadio. Una volta varcati i tornelli, quando ci si trova dallo stesso lato della tifoseria, si intende, tutte le differenze sociali, culturali, le sovrastrutture imposte dalla società, vengono meno, cadono con estrema facilità.
Così il dottore si spoglia del suo titolo, e l’intellettuale per qualche ora mette da parte l’utilizzo del suo forbito linguaggio. Lo studente, il giovane lavoratore, il neo-pensionato, quello che ancora non sa cosa fare della sua vita e quello che non se lo è nemmeno mai chiesto, tutti si svestono dai propri costumi, perché allo stadio ci si va nudi, o meglio, in un estremamente semplice quanto potente abito dell’umano, quello del tifoso. C’è, infatti, qualcosa che accomuna tutti i sostenitori accaniti di una squadra, li pone autenticamente in una stessa condizione, essere là per uno stesso motivo: guardare la partita ma, soprattutto, tifare. Ma, cosa significa tifare?

La nascita del tifo, la febbre della passione
L’espressione “tifoso” nasce dal termine “tifo” (nota patologia infettiva) che, a sua volta, deriva dal greco tŷphos, ossia nebbia, vapore o torpore febbrile. Nel corso del ‘900, infatti, diventa sempre più comune denotare i più accaniti sostenitori di uno sport o di una squadra come “tifosi” proprio per delle associazioni tra questi e i malati di tifo. Sintomi fisici quali tachicardia, sudorazione, ma, soprattutto, analogie della condizione di scarso controllo nel paziente in preda ad un delirio febbrile e nel tifoso sfegatato, portano ad un gran successo l’utilizzo della parola “tifoso”. Essere tifosi è quindi, in qualche modo, una condizione paragonata all’essere malato.
Ma è davvero così? Cosa significa tifare? Fare il tifo significa entrare a far parte di una comunità, un gruppo di pari ed accettare delle vere e proprie regole non scritte; significa indossare i colori, condividere valori e modi di comportarsi sugli spalti, conoscere cori, giocatori, storia del club. Quello in cui il tifoso/a è coinvolto diventa una specie di rito, una sorta di gioco di finzione simile a quello che avviene tra l’opera d’arte e chi ne è spettatore. È così che andare allo stadio e tifare diventa quasi un processo catartico, finalmente si può essere nessuno in mezzo agli altri senza dover essere qualcuno in particolare.
È il gruppo che crea identità, è una liberazione dalla singolarità angosciante dei tempi moderni. Cantare tra gli spalti permette di abbandonare per una manciata di ore il dover essere, il pensare agli obiettivi da raggiungere, al lavoro, alla famiglia, al giudizio di cosa si è e cosa si fa. In quel momento, è tutto qui ed ora, e l’unica cosa che conta davvero è chi e come metterà la palla in rete.

Cosa si tifa? Idealizzazione, fede e sublimazione della solitudine
Nonostante sia ben chiaro cosa significhi fare il tifo, resta ancora un dubbio evidentemente irrisolto: per cosa si fa il tifo? O meglio, qual è l’oggetto verso cui il tifoso è intenzionato? In maniera semplicistica potremmo dire “la squadra”. Il tifoso tifa per la squadra. Eppure questo concetto è così vuoto… cos’è, infatti una squadra? Sicuramente non un insieme di giocatori che cambia, di anno in anno, soggetti a dinamiche di mercato e molto spesso anche oggetto di forti critiche da parte delle tifoserie; né tantomeno l’allenatore, il presidente o lo staff tecnico.
Potrebbe allora essere la storia della società? Le sue vittorie, i grandi successi, le sconfitte, il modo in cui si è costituita? O forse sono i colori, la maglia, le tradizioni? La domenica sera allo stadio, le luci, la folla, l’odore di finger food e birra, tuo padre che da quando eri bambino ti parlava di quella finale? Forse è un po’ tutto questo insieme. Tuttavia, passando le varie opzioni al vaglio, l’elemento che ci sembra centrale resta l’irrazionalità, proiettata nell’idealizzazione che entra in gioco quando si fa il tifo. Probabilmente è realmente assimilabile a una fede che ti dà un’identità nuova, diversa, e mantiene viva la speranza.
Forse tifare è molto più che seguire una squadra, forse è il modo per liberarsi dalla pesantezza del passato e dalle angosce del futuro, è un modo per ricordarsi di quando si era bambini e si sognava di essere i più forti del mondo, i campioni. Forse è un modo per sentirsi tutti vincitori per una volta, tutti insieme. Forse fare il tifo è combattere un po’ di solitudine, è ritrovare lo stupore di un goal all’ottantanovesimo, anche senza aver segnato mai fuori da quegli spalti.