La conferenza stampa di presentazione di Massimiliano Allegri ha detto poco ma quelle poche frasi potrebbero essere decisive per la prossima stagione. Se confrontata con l’ingresso drammatico e intenso di Antonio Conte, qui l’atmosfera è sembrata più rilassata, addirittura comoda: una stanza ben imbottita dove tutto pare scorrere sul velluto.
I ritrovati ritagli del Patron
Comfort soprattutto per il presidente De Laurentiis, tornato a ritagliarsi il solito spazio con battute goliardiche. Battute un po’ retrò e talvolta stantie, certo, ma l’ambiente mite glielo ha permesso.
Il nodo, però, resta, quel “nonchalance” infuso dal patron non diventi il trailer di un vecchio film già visto — ossia la costante ingerenza comunicativa che in passato si è tradotta in frizioni, scelte affrettate e danni alla gestione tecnica del club. Il sorriso e il buonumore del “buontempone” Allegri possono aver dato nuova linfa al suo sfogo mediatico; possono anche averne accresciuto la soddisfazione personale. Ma speriamo che non si ripetano gli effetti deleteri che hanno segnato i rapporti con molti dei tecnici che lo hanno preceduto. Conte, per dirla tutta, fu probabilmente l’unico a reggere la pressione: non per gentilezza, ma per temperamento. Il carattere, si sa, è una barriera che non tutti possiedono.
Si è dato a Conte ciò che è di Conte
Più interessante, e meritevole di nota, è stata la scelta di Allegri di riconoscere pubblicamente il lavoro svolto nel biennio precedente. È un gesto che vale più dei consueti convenevoli: nel calcio italiano la tendenza è spesso quella di azzerare il passato, ma qui è arrivato un piccolo ceffone al vittimismo cronico.
Pensiamo al passato, quando durante la presentazione di Rudi Garcia, lo stesso ammise di non aver seguito il Napoli di Spalletti, rifiutando così di pronunciarsi. Quel momento rimase un curioso mix di apparenza e pochezza. Allegri, invece, ha preferito una parola di stima che dovrebbe essere vista come investimento di buonsenso.
Lo stucchevole graffio dell’esibizionismo
Poi c’è la querelle, ormai rituale, sullo “scudetto da restituire” — la fascia che riporta al 2018 e alla mancata espulsione di Pjanic. A chi ha sollevato la questione con altezzosa superbia, Allegri ha risposto con ironia tagliente: «Sono venuto apposta per restituire». Frase calibrata, intelligente nella forma e capace di chiudere il sipario su una provocazione stucchevole. È innegabile che quel titolo del 2018 rimanga una ferita per molti tifosi; resta però fuori luogo l’attacco diretto a un professionista che arriva ora, e che con quella vicenda non ha né il ruolo né la responsabilità del passato. Una contesto più misurato sarebbe stato doveroso.
Un centenario tutto da scoprire
Sul palco Allegri è parso a suo agio: sorriso smagliante, presenza curata, il classico mix di sarcasmo ed eleganza che serve a distrarre e a non lasciare troppi spifferi. Le sue risposte sono state talvolta di comodo, a tratti poco corpose, ma alla fine sufficienti: paradossalmente esaustive perché sanno chiudere la discussione senza aprirne di nuove. Per il Napoli 2026/27, anno del centenario, è un segnale simbolico: un allenatore che mostra tranquillità può far respirare la squadra. Una calma, probabilmente esteriore, che servirà per sciogliere qualche nodo di troppo, specie per il rebus dei troppi infortuni non ancora risolto, sull’eventuale permanenza di Lukaku e De Bruyne e tasselli ancora da incastrare come i ritorni alla casa madre di Lucca e Lang. Chi vivrà vedrà.
