È ormai acquisito: Antonio Conte non sarà l’allenatore del Napoli nella prossima stagione. La notizia non giunge improvvisa, ma ciò non ne attenua la portata. Prima che la macchina narrativa si avvii – e si avvierà, con la puntualità di un orologio svizzero – è necessario fissare i termini di un consuntivo onesto, limpido, privo di calcoli di convenienza.
Napoli – Conte: il lascito non è solo tecnico
Sul piano strettamente economico, la realtà è eloquente: la doppia qualificazione in Champions League ha fruttato al club di Aurelio De Laurentiis oltre centoventi milioni di euro di proventi, a cui si aggiunge un palmares di due titoli in due annate. Scudetto e Supercoppa Italiana. Cifre e allori che parlano da soli, che nessuna revisione postuma potrà cancellare dagli archivi. La verità è che Conte ha preso una squadra decima in classifica, psicologicamente depressa, e l’ha restituita all’eternità.

Certo, il dibattito tecnico ha le sue ragioni. Si può discutere del gioco – a tratti pragmatico fino all’ermetismo – della gestione delle rotazioni, di un mercato non sempre felice nelle sue intuizioni, di una prova europea che non ha rispettato le aspettative della piazza e della proprietà. Ogni critica, argomentata con il dovuto rigore, merita ascolto e trova nella sede del confronto il proprio spazio legittimo.
Napoli: il prossimo tecnico troverà la tavola imbandita
Ma guai a confondere l’analisi con la distorsione. Quando Conte approdò sulla panchina azzurra, trovò uno scenario che pochi avrebbero accettato: una squadra decima nella graduatoria di Serie A, un ambiente affranto, spogliatoi percorsi da malumori profondi. Emblematico il caso di Giovanni Di Lorenzo, capitano che aveva apertamente manifestato il desiderio di lasciare Napoli. Il tecnico salentino raccolse i cocci di un’annata naufragata malamente, ricostruì l’ossatura psicologica del gruppo, effettuò i necessari innesti sul mercato e guidò il club verso la conquista del titolo.
Ebbene, diciamolo senza eufemismi e senza l’ipocrisia del linguaggio edulcorato: l’idea che Conte abbia lasciato macerie è una falsità che non regge al più elementare scrutinio dei fatti. Chi erediterà la panchina dello Stadio Maradona potrà rivendicare molte cose, ma non l’alibi della ricostruzione. Sarebbe un torto alla realtà e, in ultima analisi, un torto ai tifosi, che meritano rispetto nella loro intelligenza.
Il meccanismo in questione è noto: all’uscita di un allenatore di peso, si tende a gonfiare le difficoltà ereditate per creare un cuscinetto narrativo attorno al successore. È una pratica comoda, quasi una forma di assicurazione preventiva sul fallimento. Ma in questo caso sarebbe particolarmente ingiusta, perché il prossimo tecnico – chiunque egli sia – riceverà una rosa competitiva, un club tornato ad essere protagonista, e con questo un mandato preciso: vincere. Esattamente come fu chiesto a Conte dal popolo partenopeo. L’obbligo del successore non è ricostruire. È continuare a vincere. Così come fu chiesto al salentino.

Antonio Conte va semplicemente ringraziato. Con gratitudine sincera, senza sconti e senza riserve. Ha rappresentato un capitolo enorme nella storia recente di questa società, un biennio che ha restituito identità, ambizione e trofei a una piazza che ne aveva disperatamente bisogno dopo una stagione orribile. La storia non si riscrive in funzione dei cambi di stagione.
Il Napoli non va incontro ad alcun destino nefasto. Va incontro a una nuova avventura che, come ogni avventura degna di questo nome, sarà plasmata dalle scelte, dalla qualità del progetto e dalla capacità di chi siederà su quella panchina di onorarne il peso storico. Il testimone è stato consegnato in buone condizioni. Ora spetta al prossimo protagonista raccoglierlo.
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