Milano piange. Milano nerazzurra, s’intende. Quella che da settimane agita il fazzoletto dell’indignazione arbitrale con la grazia di una vedova di provincia, convinta che il mondo intero cospiri contro di lei, conto l’Inter che è uscita sconfitta dal derby. Il pretesto, questa volta, è un tocco di mano di Ricci al novantaquattresimo minuto o giù di lì, episodio la cui rilevanza regolamentare è quantomeno controversa. Eppure, dalla Madonnina in giù, è tutto un coro di anatemi, un fiorire di procure federali invocate, un proliferare di teorie del complotto degne di un forum di cospirazionisti in vena di straordinari.
Sia consentito, a chi scrive, un modesto esercizio di memoria storica. Campionato 2024-2025. Un certo Bissek, difensore nerazzurro, tocca il pallone con il braccio in circostanze parimenti ambigue di quelle ora in contestazione. L’Inter giocava contro il Napoli. Il rigore non fu dato. Gli stessi che oggi reclamano giustizia con la schiuma alla bocca erano allora i più fervidi sacerdoti del lascia correre, i più eloquenti esegeti del non era intenzionale, i più autorevoli ermeneutici del regolamento a geometria variabile. La coerenza, evidentemente, è merce rara in certe latitudini.

Inter: grande con le piccole, piccola con le grandi
Ma veniamo al merito, che è poi la cosa più fastidiosa per chi preferisce crogiolarsi nel vittimismo. L’Inter vincerà questo scudetto – ammettiamolo senza ipocrisie – e lo otterrà per ragioni che hanno ben poco del trionfo epico che i suoi tifosi già si apprestano a celebrare con la consueta, debordante modestia. La prima ragione è di natura aritmetica e spietata: la squadra di Chivu ha macinato le cosiddette piccole con regolarità industriale, una volta superato il fisiologico disorientamento del cambio tecnico. Contro il Lecce, il Sassuolo, il Cagliari e compagnia bella, l’Inter ha dimostrato di saper fare il suo mestiere. Evviva. Applausi scroscianti.
Senonché, quando il calibro dell’avversario si è alzato – nelle partite che contano davvero, quelle che separano le grandi squadre dalle squadre che si limitano a sembrare grandi – il castello di carte ha mostrato tutta la sua fragilità strutturale. Con le dirette concorrenti: un flop. Hanno vinto solo contro la Juventus e nella maniera che tutti conosciamo. In Champions League: una débâcle che porta la firma inconfondibile di un allenatore incapace di reggere il peso della grande notte europea, di quelle partite in cui la pressione non si gestisce con gli schemi ma con il carattere, e il carattere non si improvvisa sul campo di allenamento.

Inter campione per mancanza di un competitor credibile
La seconda ragione dello scudetto interista è, francamente, la più amara da enunciare per noi che abitiamo alle pendici del Vesuvio: il Napoli si è fermato. Non per demerito, non per cedimento psicologico, non per le solite amenità tattiche di cui i tuttologi televisivi amano disquisire. Il Napoli si è fermato perché è stato falcidiato dagli infortuni con una frequenza e una sistematicità che non hanno precedenti nella storia recente della Serie A. Un’ecatombe sanitaria che avrebbe piegato chiunque, costruita su una sfortuna che ha dell’incredibile, quasi dell’inverosimile.
Dunque, ricapitolando con la brutale sintesi che la situazione merita: l’Inter vincerà uno scudetto battendo le squadre che doveva battere, perdendo le partite che non avrebbe dovuto perdere, eliminata dalla Coppa più importante d’Europa con una facilità imbarazzante contro i “salmonari” (così li chiamano loro) del Bodo Glimt, e con il beneficio di un avversario principale decimato da una serie di sfortune mediche da manuale della sfiga. Il tutto condito, in chiusura, da un pianto arbitrale di proporzioni mitologiche per un episodio che i suoi stessi dirigenti, appena dodici mesi fa, avrebbero liquidato con un’alzata di spalle e un sorriso beffardo.
Se questo è il trionfo che il mondo nerazzurro si accinge a festeggiare, lo festeggi pure. Ma con la discrezione, però, che si addice a chi sa, nel profondo, di aver raccolto ciò che gli altri hanno seminato e di aver pianto su ciò che, a parti invertite, avrebbe accolto con un ghigno. La memoria del tifoso è corta. Quella degli archivi, per fortuna, non lo è.
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