Lorenzo Lucca è un Rudi Garcia che ce l’ha fatta. Non nel senso che uno potrebbe immaginare. Non perché abbia conquistato Napoli, convinto il pubblico o risolto il problema del centravanti. Macché. Ce l’ha fatta nella specialità più difficile: convincere la società a dargli un’altra possibilità prima ancora di aver spiegato, con i fatti, perché la meriti. Un’impresa mica da poco.
L’accostamento a Garcia, del resto, non è poi così peregrino. Anche il tecnico francese arrivò a Napoli con una certa sicurezza nei propri mezzi. Anzi, con quella particolare sicurezza che accompagna chi non conosce benissimo ciò che trova, ma è assolutamente certo di sapere cosa farne.
Spalletti aveva appena vinto lo scudetto? Poco importa. Il calcio di quella squadra non lo conosceva abbastanza? Dettaglio. La gente si chiedeva come si potesse sostituire un’identità vincente senza nemmeno averla studiata fino in fondo? Ingenui. Garcia aveva le sue idee, la sua personalità, il suo credo. E, soprattutto, non avrebbe fatto copie. Per carità: lui era lì per costruire qualcosa di suo. Come sia finita, è storia. Una storia talmente breve e dolorosa che forse sarebbe meglio non trasformarla in una serie TV.

Il problema non sono i quattordici gol
Ed è proprio qui che entra in scena Lucca. Perché anche il centravanti sembra avere un rapporto abbastanza personale con il concetto di identità. Quella che aveva a Udine pare essersi smarrita durante il trasferimento. Quella necessaria per giocare a Napoli, invece, è ancora in fase di elaborazione. Ma niente paura: ci sono i numeri. Quattordici gol in una stagione di Serie A. Quattordici.
Il numero viene pronunciato con la solennità con cui normalmente si comunica una carriera internazionale. Come se dopo quel dato statistico non restasse più nulla da discutere. “Io quattordici gol li ho fatti”. E allora? Che si fa? Ci si inchina? Perché il problema non è aver segnato quattordici gol, bensì pensare – quantomeno dalla supponenza che rileviamo dai suoi atteggiamenti – che quei quattordici gol rappresentino automaticamente una certificazione di idoneità per Napoli.
Come se tra Udine e Napoli ci fosse soltanto un casello autostradale. Come se cambiasse la maglia ma non cambiasse il mestiere. Come se il centravanti dovesse soltanto aspettare il pallone, mettere il corpo davanti al difensore e ricordare a tutti quanti gol ha segnato l’anno precedente. Peccato che Napoli abbia qualche piccola pretesa in più.
Qui non basta essere il centravanti di una squadra di Serie A. Bisogna capire cosa significa esserlo a Napoli. Bisogna leggere la partita, interpretare le pressioni, reggere il peso della maglia, comprendere le dinamiche di uno spogliatoio che non è esattamente quello di una tranquilla domenica pomeriggio a Udine. E soprattutto bisogna avere la curiosità di conoscere il contesto nel quale si è deciso di entrare. Inter? Milan? Juventus? Napoli? Non sono figurine dell’album Panini. Sono club con una storia, una pressione e aspettative completamente diverse.

Il curriculum non basta per giocare a Napoli
Eppure Lucca sembra presentarsi con la serenità di chi abbia già consegnato il proprio curriculum all’ufficio del personale. “Esperienza: 14 gol in Serie A”. Fine. Colloquio terminato. Assunzione confermata. Seconda stagione garantita. E allora viene quasi da chiedersi se il prossimo passo non sia quello di affidargli anche la compilazione della formazione. Perché a questo punto, evidentemente, il messaggio è semplice: i quattordici gol ci sono. Il resto lo vediamo strada facendo.
Una filosofia curiosa. Anche perché nel calcio professionistico dovrebbe funzionare esattamente al contrario: prima dimostri di essere all’altezza, poi ottieni la conferma. Qui invece sembra di assistere a una sorta di premio fedeltà anticipato. E il bello è che la storia di Garcia dovrebbe aver insegnato qualcosa. Non basta arrivare a Napoli convinti di avere un’idea. Non basta avere un curriculum. Non basta dire “io so fare questo”. Perché prima o poi qualcuno ti presenta il conto. E di certo non accetta pagamenti in quattordici gol.
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