Diciannove giorni. È tutto ciò che separa il Napoli dal ritorno in campo dopo la lunga sosta per le nazionali. Diciannove giorni nei quali non ci saranno partite da giocare, ma ci saranno parecchie cose da spiegare e da capire. Perché sette punti dopo cinque giornate non sono una condanna, ma nemmeno qualcosa da archiviare con un’alzata di spalle. E soprattutto non possono essere trasformati nell’ennesima attesa del momento in cui “Il Napoli sarà pronto”. Lo abbiamo già sentito: sarà pronto quando rientreranno gli infortunati, quando crescerà la condizione, quando arriverà ottobre, quando la squadra avrà assimilato le idee di Max Allegri. Ma nel frattempo chi restituisce al Napoli i punti lasciati per strada?
Il problema non è soltanto aver perso dei match. È il modo in cui il Napoli ha perso e, soprattutto, il modo in cui ha smesso di vincere partite che aveva la possibilità di portare a casa. Contro l’Inter era avanti 2-0 e ha finito per perdere in quella maniera che non fa dormire la notte. A Firenze era avanti e si è fatto rimontare ancora una volta. Contro il Como è arrivata una sconfitta dopo averla rimessa in piedi. In Champions League è giunto un altro passo falso davanti al proprio pubblico. A un certo punto bisognerà smettere di chiamarli episodi. Gli episodi accadono una volta; quando diventano una costante, bisogna chiamarli per quello che sono: problemi. E questi hanno delle responsabilità.

Napoli a passo ridotto: responsabilità diffuse
La prima responsabilità è della società: è troppo semplice utilizzare l’infermeria come una spiegazione universale. Gli infortuni fanno parte del calcio e nessuno pretende che una squadra possa attraversare una stagione senza perdere titolari. Ma una società che dichiara ambizioni importanti deve anche prevedere le emergenze e costruire una rosa capace di assorbirle. Alessandro Buongiorno era fermo prima ancora che cominciasse il campionato: non era una sorpresa arrivata dal nulla a mercato chiuso. Era una situazione già conosciuta. E quando perdi uno dei riferimenti della tua difesa devi chiederti immediatamente se ciò che hai a disposizione sia sufficiente. Il club quella domanda avrebbe dovuto farsela con maggiore decisione.
Poi c’è Allegri. E qui il discorso deve essere ancora più diretto, perché l’allenatore ha chiesto tempo e ha indicato ottobre come il mese nel quale il Napoli dovrebbe raggiungere una condizione diversa, ottimale. Ha parlato di recuperi, crescita e della necessità di arrivare in corsa su tutti gli obiettivi almeno fino a marzo. Perfetto. Ma ottobre non può diventare una formula assolutoria. Deve essere la scadenza entro la quale le promesse diventano fatti. Un allenatore esperto come Allegri sa perfettamente che non esiste una stagione costruita sulle intenzioni: esistono punti, prestazioni, equilibrio, gestione delle partite e risultati. E il Napoli, oggi, è deficitario in troppi di questi elementi.
Non basta dire che Scott McTominay tornerà. Non basta aspettare Meret, Marianucci, Spinazzola, Alisson Santos o gli altri indisponibili. Non basta aspettare Beukema, che deve ancora vedere il campo, né sperare che Anguissa torni ad essere il giocatore che conosciamo. Non basta recuperare Badiashile e immaginare che il suo inserimento possa cancellare le difficoltà viste finora. I giocatori devono tornare, certamente, ma qualcuno dovrà anche farli rendere. Questo qualcuno è Allegri. È il suo mestiere. E allora ottobre dovrà essere il mese nel quale vedremo finalmente la mano dell’allenatore: una squadra più solida, più feroce, più difficile da rimontare, capace di gestire il vantaggio invece di consegnarlo all’avversario e di leggere le partite senza perdere il controllo.
Di questo passo il rischio, altrimenti, è quello di continuare a spostare sempre un po’ più avanti il momento della verità. Prima era settembre, poi sarà ottobre, poi novembre. E intanto la classifica corre. Il Napoli non può permetterselo. La sensazione che lascia questa squadra è quella di un gruppo che sembra sempre aspettare qualcosa: un rientro, una condizione migliore, un giocatore recuperato, un mese diverso, una partita diversa. Ma una squadra costruita per competere ai vertici non può vivere aspettando che la stagione cominci. L’annata è già cominciata e ha già presentato il conto.

Napoli: ora un calendario meno nemico
Il calendario, adesso, offre comunque al Napoli una possibilità concreta di rimediare. Frosinone, Venezia, Roma, Monza e Juventus sono cinque partite nelle quali gli azzurri dovranno dimostrare di avere finalmente cambiato passo. Contro le squadre sulla carta inferiori bisognerà vincere. Negli scontri diretti bisognerà almeno evitare di regalare punti. Non servono miracoli e non servono alibi preventivi: serve fare il proprio dovere e magari battere una diretta concorrente. La Champions League presenterà Villarreal e Bodo/Glimt, due appuntamenti differenti per caratteristiche e difficoltà, ma nei quali il Napoli dovrà dimostrare di poter competere con una rosa finalmente più completa.
Ed è proprio questo il punto. Il Napoli non ha bisogno di altre promesse: ha bisogno di una risposta. La società deve dimostrare di aver costruito una rosa realmente adeguata alle ambizioni dichiarate; Allegri deve dimostrare che ottobre non è semplicemente il mese nel quale sperare che le cose migliorino, ma quello nel quale il suo lavoro comincia finalmente a produrre risultati; i giocatori devono dimostrare di meritare una maglia che, almeno sulla carta, dovrebbe consentire al Napoli di competere molto più in alto di quanto dica oggi la classifica. Non si tratta di chiedere l’impossibile. Si tratta di pretendere coerenza tra ciò che è stato raccontato e ciò che viene prodotto sul rettangolo verde.
Ottobre e novembre saranno quindi i mesi nei quali la stagione dovrà prendere una direzione precisa. Non perché esista una data magica, ma perché a quel punto molte delle attenuanti utilizzate per spiegare questo avvio stentato dovranno progressivamente venire meno. Gli infortunati cominceranno a rientrare, la squadra avrà avuto tempo per assimilare il lavoro, il calendario avrà offerto occasioni per recuperare terreno e il campionato avrà iniziato a definire le proprie gerarchie. A quel punto non basterà più dire “aspettiamo”. Bisognerà rispondere sul campo, assumendosi ciascuno la propria parte di responsabilità.
Il Napoli non è ancora fuori da nulla. Sette punti possono essere recuperati e una stagione non si decide dopo cinque giornate. Ma non bisogna nemmeno confondere il tempo con l’assenza di responsabilità. Il tempo c’è, la pazienza invece non è infinita. Se il Napoli continuerà a lasciare punti per strada, a farsi rimontare, a vivere di fiammate e ad aspettare sempre il prossimo rientro, il prossimo mese o la prossima partita, prima o poi bisognerà prendere atto della realtà. E la realtà sarebbe quella di una squadra costretta a trasformare ambizioni importanti in una rincorsa alla qualificazione europea, con la Champions League che rischierebbe di diventare un obiettivo anziché una conseguenza naturale del percorso.
Diciannove giorni, allora. Diciannove giorni nei quali Allegri dovrà lavorare e la società dovrà assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. Non servono altri discorsi, altre rassicurazioni o altre promesse sul “vero Napoli” che arriverà più avanti. Il vero Napoli deve cominciare a vedersi quando si tornerà in campo. Se Allegri ha ragione quando dice che il campionato del Napoli comincia a ottobre, allora sarà ottobre a dirci se quella frase era una visione tecnica o soltanto un modo per chiedere altro tempo. Il tempo, però, sta finendo. E adesso devono cominciare i fatti.
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