In prima linea, puntualissimi come la pubblicità a metà partita: ogni volta che il pallone smuove un po’ di polvere i media sono pronti a montare l’ennesima gara tra Maradona e Messi e su “chi è il più grande di tutti i tempi”. Non è una crisi di identità nazionale, è un’opportunità commerciale. Ogni torneo è il pretesto per rispolverare il repertorio delle classifiche, chiamare all’appello opinionisti da talk show, sfornare rubriche a tema e inventare format che funzionano come una catena di montaggio della nostalgia. “Speciale GOAT”, “La sfida dei secoli”, “Chi ha fatto la storia?”: titoli lucidi e banali, progettati per scatenare like, commenti e, naturalmente, pubblicità.
Messi ha tracciato un solco nell’epoca moderna
Non creiamo equivoci: Lionel Messi è senz’altro il calciatore che più di tutti ha lasciato il segno nel 21º secolo, ha collezionato Champions, LaLiga, e — ciliegina sulla torta — il Mondiale 2022.
Non è solo questione di trofei, ma di consistenza: i suoi numeri, le sue giocate, la sua visione del gioco parlano da soli. Eppure ogni sua impresa viene subito trasformata in una lente sul passato, come se servisse a riesumare il fantasma di Maradona e farlo combattere, ancora una volta, con l’erede designato.
Maradona non si può paragonare
Maradona, però, non è una statua in una vetrina da confrontare con uno smartphone. È stato – e lo è tuttora – un fenomeno culturale: epoca, contesto sociale, televisione in bianco e nero, lo stadio che diventa piazza e rito. Maradona non è stato solo un giocatore, è stato un’epoca compressa in un numero 10: è stato epica, follia, tragedia e divo insieme, un’icona che ha cambiato il significato di calcio per intere generazioni. Paragonarlo senza metodo è come mettere nella stessa valigia una scultura di Michelangelo e un poster pubblicitario: sembianze, certo, ma nulla del peso storico.
Eppure i media continuano a fare il contrario: chiamano ospiti, montano clip, impilano aneddoti e servono al pubblico il confronto come fosse un derby di ascolti. Il tutto confezionato in rubriche preconfezionate, con il grafico che scorre e il conduttore che lancia l’hashtag della serata.
Il risultato? Un dibattito che ha la profondità di una story Instagram. Le grandi domande vengono ridotte a slogan: “Messi è il GOAT” o “Maradona per sempre”. Nessuno mette in fila contesti, modalità di gioco, avversari, regole del tempo, tecnologie, cultura calcistica. Meglio un titolo acchiappa-click che un’analisi che richiede tempo e, Dio non voglia, competenza. Così nasce il format televisivo medio: quattro ospiti, due clip nostalgiche, un videomontaggio epico e il cronometro che conta i secondi di pubblicità. Voce fuori campo: “Non perdetevi la prossima puntata, dove decideremo se Pelé merita il podio”.
L’elite della frustrazione
E quando qualcuno osa, tra un sorso di caffè e uno stacco pubblicitario, esprimere un parere meno stereotipato, arriva l’esplosione social. Le piattaforme riverificano l’opinione, l’algoritmo premia la polarizzazione e l’unico vero vincitore è il click. La storia, intanto, viene scarnificata, compressa e venduta in pillole da mezz’ora, con la stessa cura con cui si prepara un teaser promozionale.
Quindi, cari cronisti e influencer del pallone, ecco un consiglio pratico: quando non sapete come riempire il palinsesto, occupatevi del traffico autostradale del weekend o delle previsioni del tempo. Almeno lì la realtà ha mappe, numeri e senso pratico. Se proprio volete parlare di grandezza, fatelo con lentezza, metodo e rispetto: intervistate storici dello sport, confrontate contesti, mettete in luce differenze tecniche e sociali. Ma smettete di usare Maradona come strumento per alzare gli ascolti; non è un trofeo da esibire tra uno sponsor e l’altro.
Non è una richiesta di parzialità verso Messi o verso Maradona. È solo una chiamata al rispetto per la complessità storica. È una richiesta di onestà intellettuale. Alcune figure non si prestano a titoli lancio. E quando i media continuano a ridurre la memoria a format monodose, tradiscono il gioco che dicono di celebrare. Maradona merita più di un confronto lampo: merita il rispetto della storia. E quel rispetto non si misura in share.

