Tra Milinkovic Savic e un’illogica Lega di Serie A – Il calcio italiano continua spesso a offrire spettacolo dentro il campo e disorientamento fuori. E non si tratta più di episodi isolati, ma di una consuetudine che rischia di diventare normalità. L’ennesima gestione discutibile del calendario da parte della Lega di Serie A, accompagnata dalle inevitabili decisioni della Prefettura, lascia infatti una sensazione di improvvisazione difficile da accettare per un movimento che si definisce professionistico e all’avanguardia.
Viene quasi da sorridere amaramente ripensando a quando, anni fa, bastava organizzare una semplice partita di calcetto per avere certezze con largo anticipo. Oggi, invece, uno dei campionati più importanti d’Europa arriva a definire orari e collocazioni delle gare in maniera tardiva e confusa, nonostante strumenti tecnologici sempre più sofisticati e strutture teoricamente preparate a gestire eventi complessi. Possibile che nel 2026 non si riesca ancora a pianificare un calendario evitando sovrapposizioni con altri grandi eventi sportivi? È una domanda legittima, soprattutto per tifosi, addetti ai lavori e società che meritano maggiore rispetto organizzativo.

Il caos del calendario e un sistema che continua a perdere credibilità
In questo scenario poco edificante, il Napoli si prepara alla penultima gara di campionato contro il Pisa con un obiettivo ancora da blindare: la qualificazione matematica alla prossima Champions League. Una situazione che, inevitabilmente, porta con sé rimpianti e riflessioni. Perché il passo falso casalingo contro il Bologna pesa, e pesa molto. Non soltanto per il risultato in sé, ma per il modo in cui è maturato.
Come spesso accade nel calcio moderno, il bersaglio delle critiche è stato individuato immediatamente. Stavolta sotto i riflettori è finito Vanja Milinkovic-Savic, protagonista involontario di una serata complicata. Sul portiere serbo si è riversata la delusione di una piazza amareggiata, soprattutto per la respinta centrale sul tiro di Miranda che ha poi spalancato la strada alla splendida conclusione di Rowe, decisiva per la vittoria felsinea.
È giusto analizzare gli errori, ma è altrettanto necessario evitare processi sommari. Perché ridurre una sconfitta collettiva a una singola responsabilità individuale significa ignorare la complessità del calcio contemporaneo. Milinkovic-Savic ha certamente commesso un errore tecnico: su questo c’è poco da discutere. Un portiere di alto livello dovrebbe indirizzare quel pallone lateralmente, lontano dalla zona centrale dell’area. Tuttavia, fermarsi a quell’episodio rischia di diventare un esercizio superficiale.
Milinkovic-Savic, Meret e il nuovo ruolo del portiere moderno
Chi segue il Napoli con attenzione sa bene quanto il dibattito sul ruolo del portiere sia diventato centrale negli ultimi anni. Alex Meret, spesso criticato oltre misura, ha rappresentato per molto tempo una certezza tra i pali e resta ancora oggi uno degli interpreti più affidabili del ruolo in Italia. Molti tifosi, comprensibilmente, continuano a considerarlo il profilo ideale per difendere la porta azzurra fino al termine della carriera. Eppure il calcio si evolve, cambia linguaggi, richiede nuove competenze.
Antonio Conte, come molti tecnici di livello internazionale, ha evidentemente scelto di puntare su caratteristiche differenti. Il portiere moderno non è più soltanto l’estremo difensore chiamato a parare: è il primo regista della squadra, un elemento fondamentale nella costruzione della manovra. Milinkovic-Savic, pur con limiti evidenti tra i pali rispetto a Meret, offre qualità tecniche nella gestione del pallone che permettono al Napoli di impostare dal basso con soluzioni più articolate, specialmente in una stagione segnata da numerose assenze tra difesa e centrocampo.

Non si tratta di una rivoluzione isolata. Guardiola ha costruito per anni il Manchester City attorno alla qualità di Ederson; Arteta ha affidato all’intelligenza tecnica di Raya la prima costruzione dell’Arsenal; Klopp prima e Slot poi hanno valorizzato la completezza di Alisson. Il modello del portiere contemporaneo privilegia ormai la partecipazione attiva al gioco, anche a costo di accettare qualche imperfezione in più tra i pali. D’altronde, trovare un equilibrio totale come quello incarnato da Neuer resta un privilegio per pochissimi.
Il punto, semmai, è un altro. Una squadra che ambisce ai vertici, dopo aver recuperato due gol e ristabilito equilibrio emotivo e tattico nella partita, non può permettersi di abbassare intensità e attenzione negli ultimi quindici minuti. Il Bologna ha ritrovato campo, fiducia e iniziativa con troppa facilità. I segnali erano già emersi nel primo tempo con le conclusioni di Bernardeschi e si sono ripresentati nella fase finale con le iniziative di Miranda. Sintomi evidenti di una squadra che, pur reagendo, non è riuscita a restare lucida fino al triplice fischio.
Conte, dalla panchina, aveva provato a scuotere i suoi. La reazione c’è stata, il pareggio era arrivato, ma evidentemente non è bastato a mantenere il livello di concentrazione necessario per chi vuole consolidarsi stabilmente tra le grandi d’Europa. E forse è proprio questa la riflessione più importante da fare oggi: le stagioni si decidono spesso nei dettagli, ma quei dettagli raramente appartengono a un solo uomo.
Nel bene e nel male, il calcio resta un gioco collettivo. Ed è solo mantenendo equilibrio nelle analisi che si può comprendere davvero il valore, i limiti e le prospettive di una squadra chiamata ancora una volta a dimostrare di meritare il proprio posto nell’élite europea.