Mancano due giorni all’avvio dei Mondiali di calcio, la kermesse pallonara più importante per definizione e sulla quale sono puntati gli occhi del mondo, com’è naturale che sia. Un appuntamento al quale l’Italia manca per la terza volta consecutiva. Una dinamica figlia dei tanti problemi che attraversano il calcio cisalpino, incapace di rinnovarsi e di trovare il bandolo della matassa di una crisi sistemica.
Dopo l’ultima eliminazione, sotto la guida di Gennaro Gattuso e del presidente federale Gravina, la Nazionale si avvia verso una novità che, in realtà, novità non è: potrebbe infatti tornare Roberto Mancini con una FIGC probabilmente guidata da Giovanni Malagò (le elezioni sono imminenti e non c’è un secondo candidato credibile all’orizzonte). Ma non è questo l’oggetto di questo articolo.

Forse il fatto che l’Italia non partecipi ai Mondiali non è nemmeno un male. Magari può rappresentare l’occasione per ristrutturare il pallone tricolore e per prendere le distanze da ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. Perché quella che comincerà a brevissimo rischia di diventare una manifestazione di cui vantarsi ben poco.
Certo, non siamo di fronte a un Mondiale come quelli disputati negli anni in cui l’Europa era morsa dal nazifascismo, quando si vedevano dittatori assistere alle partite e utilizzare il calcio come strumento di propaganda. Eppure, ciò che stanno facendo le autorità degli Stati Uniti in questi giorni è assolutamente condannabile, antistorico e meriterebbe critiche profonde. Critiche che però sembrano non arrivare, sommerse da un silenzio connivente che dà fastidio e che, nel nostro piccolo, vogliamo denunciare.
Mondiali USA – Controlli selettivi e respingimenti che meritano spiegazioni
Gli Stati Uniti stanno applicando politiche repressive molto forti e controlli verso Paesi e soggetti ritenuti arbitrariamente incompatibili con la loro “grande” democrazia. E in questo caso siamo altamente sarcastici, perché in questa congiuntura storica gli USA sembrano tutto fuorché un Paese modello sul piano delle regole civili.
L’altro giorno l’arbitro somalo Omar Artan è stato respinto dall’agenzia statunitense Customs and Border Protection (CBP), che ha confermato di aver effettuato controlli a bordo del volo che lo stava portando dalla Somalia agli States. Non si è capito quali siano stati i criteri valutati, ma il direttore di gara in quota CAF non è stato ritenuto idoneo a permanere sul suolo americano ed è stato quindi respinto.
Tutto può essere accaduto, naturalmente. Ma un Paese civile si mostra trasparente e spiega quali siano stati i motivi di una decisione così delicata. Quella dell’arbitro somalo è una vicenda che si spera possa essere chiarita nel dettaglio, ma non è l’unico episodio a destare perplessità.
Ci sono state altre scene poco edificanti. Ad esempio quelle che hanno coinvolto i calciatori dell’Uzbekistan, sottoposti a controlli particolarmente approfonditi e, forse, sopra le righe. Situazioni analoghe sono state vissute anche dalla Nazionale del Senegal, oggetto di verifiche molto più invasive rispetto a quelle riservate ad altri Paesi che gli Stati Uniti evidentemente considerano amici. O non fastidiosi.
Ed è proprio questa differenza di trattamento, questo doppio binario, a risultare difficile da comprendere in un’epoca mediaticamente esposta come quella attuale. I controlli ai giocatori uzbeki e senegalesi appaiono anomali e meriterebbero spiegazioni chiare, non comunicati torbidi e secretati nell’impianto. Questa è roba da regime totalitario, qualcosa a cui gli USA sembrano iniziare a somigliare in maniera troppo preoccupante.
Va sottolineato che gli Stati Uniti sono un Paese sovrano e hanno pieno diritto di applicare le proprie procedure di sicurezza. Tuttavia, tali procedure dovrebbero essere standard, uguali per tutti e non applicate ad personam o, consentiteci l’espressione, “ad nationam”.
Mondiali 2026 – La FIFA piegata alla politica americana
In tutto questo quadro a tinte fosche si inserisce la connivenza della FIFA e di Gianni Infantino, che negli ultimi mesi è apparso totalmente prostrato ai voleri di Donald Trump. Lo si è visto spesso presenziare alla Casa Bianca in cerimonie stucchevoli, nelle quali la Federazione mondiale del calcio si è piegata alle volontà di una nazione che, diciamoci la verità, con il calcio ha storicamente ben poco a che fare.
Non vogliamo fare gli europei con la puzza sotto il naso, ma già l’idea che gli USA possano dettare l’agenda del calcio mondiale ci lascia perplessi. Che poi possano addirittura affrancarsi dal buon senso e da protocolli sani, procedendo con controlli così serrati e apparentemente selettivi, è qualcosa che risulta oggettivamente difficile da accettare.
E ciò che colpisce maggiormente è il comportamento della FIFA, che invece di difendere l’universalità dello sport sembra appoggiarsi passivamente alle volontà di un presidente ormai sempre più calato in logiche autoritarie. Tutto questo non ci piace. E crediamo che non dovrebbe piacere nemmeno a chi considera il calcio uno spazio di incontro, di inclusione e di uguaglianza, anziché uno strumento da piegare alle convenienze politiche del momento.
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