Ieri Sky ha diffuso la notizia secondo cui il Napoli nutrirebbe l’intenzione di tornare a praticare il cosiddetto player trading, alleggerendo il monte ingaggi e orientandosi verso calciatori più giovani da coltivare, valorizzare e poi, eventualmente, cedere con profitto. Una linea di condotta che potrebbe mal conciliarsi con le ambizioni e il carattere di Antonio Conte. Si tratta, ad ogni modo, di ricostruzioni giornalistiche che, fino a prova contraria, non poggiano ancora su fondamenta fattuali solide. Voci di corridoio, indiscrezioni – comprensibili in questa fase della stagione – che tuttavia, all’ombra del Vesuvio, sono state accolte come verità granitiche, come notizie ormai acquisite e inoppugnabili.

Napoli: il player trading è una linea di continuità
Muovendo da questa distinzione necessaria, e senza voler mettere in discussione l’autorevolezza di Sky né liquidare le sue ricostruzioni come mere fantasie, occorre però articolare alcune riflessioni con la necessaria onestà. Affermare che il Napoli, sotto la guida di Antonio Conte, abbia abbandonato il player trading è, nella sostanza, un’imprecisione che merita di essere corretta. Il Napoli ha perseguito da sempre questa filosofia gestionale, declinandola con maggiore o minore intensità a seconda delle circostanze, ma la realtà dei fatti è una sola. E vale la pena ribadirla con forza.
Il player trading, per quanto possa sembrare un’ovvietà dirlo, funziona nella misura in cui certe operazioni vanno a buon fine: si acquistano talenti acerbi nella speranza di formarli, plasmarli e poi cederli a cifre ben superiori a quelle sborsate. Si sente dire in questi giorni che il Napoli debba tornare a farlo. Sfogliando la storia recente del club, non mancano affatto gli esempi virtuosi: Ezequiel Lavezzi, e poi, in epoche più recenti, Fabian Ruiz e Khvicha Kvaratskhelia. Calciatori che sono stati poi ceduti generando plusvalenze considerevoli. È questa la vera cifra identitaria del Napoli: un modello che ha permesso di incassare risorse preziose da reinvestire sul mercato, alimentando un circolo virtuoso.
Questo meccanismo è stato replicato anche con player di caratura più modesta, producendo introiti meno eclatanti ma pur sempre significativi per una società che, guardando ai propri bilanci, vive in modo quasi esclusivo del calcio. I conti della Filmauro, del resto, sono ormai trainati dall’asset Napoli, con la componente cinematografica ridotta a una voce sempre meno determinante, quasi del tutto sottraibile dal computo globale.
Il Napoli ha dunque praticato il player trading e ha tentato di farlo anche nelle stagioni più recenti, persino nel disgraziato anno trascorso sotto la guida di Rudi Garcia. Furono acquistati profili come Lindstrom, Nathan e Cajuste, calciatori che però non hanno mai saputo esprimersi all’altezza delle aspettative. Un fallimento che pesa, perché tutti e tre incarnavano esattamente il profilo cercato: calciatori da rilanciare, senza una storia ingombrante alle spalle, da inserire in un ambiente stimolante e poi, magari, ricollocare sul mercato con guadagno. La realtà, invece, è stata ben più amara: molti di loro ce li ritroveremo a giugno, e bisognerà trovare loro una sistemazione dopo rendimenti deludenti.
Ma anche nell’era Conte si è tentata la stessa strada. Ngonge rappresenta uno di questi esperimenti mancati; così come Rafa Marin, arrivato proprio nella gestione del tecnico salentino senza mai riuscire a imporsi. E Alisson Santos, che cos’è se non un tipico profilo da player trading? Giovane, privo dell’aura di una grande stella dello Sporting Lisbona, scelto scommettendo su una traiettoria di crescita. Identico il ragionamento alla base dell’acquisto di Giovane dal Verona: un calciatore che fatica a trovare spazio, certo, ma preso a cifre contenute e su cui si nutre la speranza di una valorizzazione futura.

Il Napoli proseguirà con la sua politica storica
Insomma, il Napoli continua a pescare tra i profili non ancora pronti per il calcio di vertice, puntando su una possibile rivendita come orizzonte strategico. Una politica che prosegue senza soluzione di continuità e che Conte ha abbracciato con dei distinguo. È chiaro, tuttavia, che un allenatore della sua tempra, a un certo punto, esiga anche qualità immediata: ha voluto McTominay, ha voluto Lukaku – suo fedelissimo di lunga data – e quest’anno ha accolto con entusiasmo un fuoriclasse come Kevin De Bruyne. Ha chiesto la conferma di Di Lorenzo, Anguissa e Lobotka, perché le squadre vincenti, come ha ricordato anche Marotta fresco di scudetto, non possono prescindere dall’esperienza e dal carattere forgiato negli anni. E Conte lo sa meglio di chiunque altro (guarda il focus sul nostro Canale YouTube: clicca qui).
L’idea, dunque, che il Napoli debba puntare esclusivamente su giovanissimi da crescere e rivendere è una distorsione concettuale che non regge a un esame logico e serio. Non potrà mai funzionare in modo esclusivo e, nella storia del club, non è mai esistita in questi termini assoluti. Già dal primo anno in Serie A, il Napoli affiancò talenti acerbi come Lavezzi e Hamsik a un attaccante di esperienza collaudata come Zalayeta. Lo stesso schema si è ripetuto in altre stagioni, con l’arrivo di un campione già formato come Higuaín.
Una rosa costruita con intelligenza è, per definizione, una rosa equilibrata: calciatori da valorizzare nel tempo e calciatori pronti a fare la differenza nell’immediato. Sarà così con Antonio Conte e sarà così anche in futuro, con chiunque sieda sulla panchina azzurra, dopo il confronto tanto atteso tra il tecnico leccese e Aurelio De Laurentiis. Il resto è narrazione di comodo.
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