In un senso o nell’altro, non è da una partita che si possono tracciare bilanci definitivi. Quindi, quando si parla di Kevin De Bruyne, bisogna sempre stare attenti al momento, alle dinamiche, e osservare le cose senza preconcetti: né lasciandosi trasportare dalla passione, né lasciandosi condizionare troppo dal giudizio preconfezionato. Una cosa che, quando c’è di mezzo il fuoriclasse di Drogen, capita un po’ troppo spesso, alla luce di alcune ricostruzioni assurde lette nell’ultimo anno e mezzo. Ossia da quando è Napoli.
La partita di ieri sera, che ha visto opporsi Italia e Belgio, ha dato una traccia, un’indicazione che può essere utile per capire come può essere gestito un calciatore che comunque ha 35 anni e viene da infortuni di un certo rilievo che, negli ultimi anni, ne hanno condizionato il cammino. Ieri Kevin De Bruyne ha giocato poco meno di 60 minuti. Per chi non ha visto l’incontro potrebbe sembrare una bocciatura. Così non è stato, perché fino al momento della sua uscita, praticamente, è stato il migliore in campo.
Basta sentire i commenti dei telecronisti della Rai, Alberto Rimedio e Daniele Adani, per avvedersene. De Bruyne ha lavorato tantissimo per la squadra: si spostava continuamente nel centrocampo, occupava posizioni a destra, a sinistra, poi andava in proiezione offensiva. Ha saputo anche ripartire dal basso, prendendosi palla e impostando. Insomma, un vero e proprio jolly che non ha dato punti di riferimento al centrocampo azzurro e a Roberto Mancini che non ne hanno capito la posizione e sono stati letteralmente devastati dall’ex Manchester City.
De Bruyne devastante perché messo nelle condizioni di esserlo
E questo è potuto accadere perché van Bommel ha costruito un assetto tattico molto congeniale a De Bruyne. La squadra era molto compatta in verticale: in 30 metri c’erano dieci giocatori di movimento. In questo caso Kevin poteva correre con intelligenza, senza sprecare troppo fiato per andare a pressare, a ricucire o a recuperare quando il centrocampo veniva saltato. Aveva invece la possibilità di spendere le energie per proporsi, per prendere palla, per impostare, per portarla e per mettere in scena il pezzo forte della casa: i suoi passaggi illuminanti. Il primo gol nasce da una sua tipica verticalizzazione.
van Bommel è stato abile perché ha capito che, quando l’inerzia del match è mutata nel secondo tempo, quando il Belgio iniziava a sfilacciarsi e ad allungarsi, un calciatore come De Bruyne probabilmente era meno funzionale a quella fase particolare. Ed è per questo che lo ha sostituito, non per una bocciatura o perché stesse giocando male.
Anzi, nel secondo tempo le occasioni del Belgio le ha avute proprio De Bruyne, con un colpo di testa abbastanza telefonato e un altro tiro che Donnarumma ha neutralizzato senza troppi pensieri. Un altro sintomo del fatto che il belga era ancora presente alla partita e presente a se stesso. Però, in quella fase tattica, probabilmente serviva altro. van Bommel l’ha capito e il calciatore, che sa di dover essere gestito, ha accettato tranquillamente la sostituzione.
Questa è un’indicazione per come potrebbe essere utilizzato De Bruyne anche nel Napoli. Chiaramente Max Allegri sa perfettamente cosa fare: è lui l’allenatore, io sono un semplice osservatore che esprime un punto di vista in base a quello che ha osservato. La conclusione di questo ragionamento è che Kevin De Bruyne, sportivamente, è tutt’altro che morto. È semplicemente cambiato, come accade a tutte le persone, a tutti i professionisti, a tutti gli sportivi che maturano e compiono un percorso.
Un faro da utilizzare quando la partita lo richiede
De Bruyne è consapevole che non è più quello di cinque, sei, sette anni fa e sa che è predisposto a essere gestito piuttosto che a essere spremuto come un limone. Questa cosa farà sì che, nelle prossime partite del Belgio, sia utilizzabile per la causa. La stessa cosa può succedere in campionato.
Non che non possa fare i 90 minuti, ma è chiaro che, quando è in campo, l’allenatore deve leggere il momento della partita e adattare quel particolare attimo alle sue necessità. Si è visto, ad esempio, con il match d’esordio del campionato a Genova: De Bruyne ha fatto la differenza nel momento in cui un calciatore dalle sue caratteristiche serviva per mutare l’inerzia e sbloccare l’incontro.
Quindi Kevin De Bruyne deve essere un perno per il Napoli in questo senso: un faro da utilizzare quando il match lo richiede, un calciatore che sa che, in determinate circostanze, può anche cedere il passo ai suoi compagni di squadra. Chi di dovere lo ha capito. Il concetto non è chiaro a “trombettieri” preconcetti che pontificano da certe testate e che forse Kevin l’hanno visto giocare molto meno di quanto affermino.
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