“Jucà buono o jucà male dipenne d”o risultate finale. ‘O risultate condiziona ‘e media; io faccio ll’allenatore e aggio ‘a valutà sempe pure ‘a prestazione. ‘E partite ‘e calcio so’ strategia, nun se po’ sempe jucà buono. Chelle ca te fanno vincere ‘e campionate so’ proprio chelle ca joche male e riesce a purtà a casa. Si uno se accontenta ‘e jucà buono e arrivà secondo, chesta cosa nun fa pe’ mme.” Massimiliano Allegri
Siamo partiti tutti con il piede sbagliato, ma questo matrimonio tra il Napoli e Massimiliano Allegri s’ha da fare. Lo dimostrano anche i circa 25 mila post pubblicati dai tifosi azzurri sul sito della società: un “Allegri Out” senza precedenti, cominciato addirittura prima dell’ufficializzazione del contratto.

Eppure stiamo parlando di uno dei tre allenatori italiani più vincenti e influenti degli ultimi vent’anni, parte di quello che ormai può essere considerato il triumvirato del calcio azzurro: Conte, Mancini e Allegri. Un patrimonio tecnico da preservare. La sua aura, però, si è incrinata. Le ultime esperienze sulle panchine di Juventus e Milan hanno inevitabilmente intaccato lo status di invincibile di Mister Max. Eppure il suo curriculum parla da solo: due finali di Champions League. Mica poco. Dove bisogna firmare per arrivarci?
Forse, qui a Napoli, città e tifoseria capaci di dividersi su tutto e su tutti e di dare vita a rivoluzioni masanielliane nei momenti più impensabili ,questo aspetto è stato accantonato troppo presto. Ricordate le critiche a Luciano Spalletti? O gli striscioni estivi contro Kim? Succedeva appena qualche anno fa, prima del terzo scudetto. E magari, questo è il mio personalissimo augurio, le critiche preventive ad Allegri finiranno per portare fortuna, accompagnando il Napoli verso il quinto scudetto e un lungo percorso in Champions League fino all’Estadio Metropolitano dell’Atletico di Madrid .
Da Livorno al Golfo: perché Allegri divide ancora Napoli
Per questo motivo abbiamo deciso di realizzare questo piccolo frasario “Allegri-Napoletano”, un tentativo di avvicinare Allegri, uomo di un altro mare come quello di Livorno, ai cuori del nostro Golfo che battono all’unisono per il Napoli. Cominciamo proprio dal rapporto dell’allenatore con i tifosi. Max è un uomo dalla battuta pronta e dal piglio ironico, ma è perfettamente consapevole dell’importanza del sostegno popolare:
“Tengo nu rapporto ottimo cu ‘e tifuse, basato primmamente ncopp’ ô rispetto reciproco. Magari a parole nun saccio risultà tanto simpatico, ma dint’ a mme battono ‘e stesse gruosse emozioni d”a vita, comme pe’ tutte quante”.
Allegri, acciughina (alicella) dimostra di avere idee molto chiare anche sul calcio. Una delle sue espressioni più famose è il “corto muso”, un modo di dire toscano preso in presto dall’ippica, grande passione del tecnico toscano, che indica una vittoria ottenuta con uno scarto minimo, “per un soffio” che in napoletano si può rendere in diversi modi, come di misura o ‘ncopp’ ‘o fil’ ‘e lana.
“O calcio è assaje semplice: bisogna fa’ doje cose, ‘a fase offensiva e chella difensiva, e bisogna farle buone tutt’e ddoje. Quanno nun attacche ô massimo, nun è ciertamente na vergogna, anzi… fa’ na bella fase difensiva vale quanto faticà ô meglio ncopp’ â fase offensiva, pecché ll’obbiettivo finale è ‘o risultate e ce può arrivà ‘n qualunque manera. ‘O spettacolo sta ô circo: nuje avimma vincere ‘e partite e piglià ‘e tre punto.”

Il calcio secondo Allegri: meno teoria, più risultati
Perché, in fondo, per lui: “Facimmo jucà ‘e criature e nun cercammo ‘e trasformà ‘o calcio ‘nna scienza esatta, pecché nun è nu juoco ‘e schemi” e quindi magari vedremo più spazio per talenti giovani come Vergara e Rao.
Per Allegri il calcio resta un gioco semplice, lui non ama il circo, basato soprattutto intuizione, sensibilità e capacità di leggere le situazioni. Certo, gli schemi contano, ma non potranno mai sostituire il talento, l’istinto e l’intelligenza dei giocatori. Questa è una visione che può piacere o meno, ma che negli anni gli ha permesso di costruire una carriera tra le più vincenti del calcio italiano. E forse proprio da questi concetti semplici, eppure sempre più controcorrente nel calcio moderno, potrebbe iniziare una nuova semplice rivoluzione della storia azzurra.
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