La Canzone napoletana verso il riconoscimento Unesco di patrimonio immateriale dell'umanità

La Canzone napoletana verso il riconoscimento Unesco di patrimonio immateriale dell’umanità

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Scritto da Fabio Izzo

5 Giugno 2026

Se ancora vale quel che disse il linguista Max Weinreich, cioè che una lingua è un dialetto con un esercito e una marina, allora possiamo tranquillamente affermare che il napoletano è una lingua a tutti gli effetti e la canzone napoletana è la sua portaerei. Discorsi linguistici a parte che tralasciamo tranquillamente in altre sedi, ricordo invece che nella mia infanzia si trova un trittico speciale, una trinità melodica che pone le sue basi in Tuppe tuppe, Marescià! e E Spingule francese mentre il suo vertice non poteva che essere ‘O surdato ‘nnammurato.

Mia nonna era solita cantare le prime due, mentre l’ultima è arrivata fino a me in versione “gracchiante”, trasportata dalle prime trasmissioni delle radioline sintonizzate con l’allora stadio San Paolo di Napoli durante 90° minuto ed è proprio così che avvenne la mia personalissima scoperta della canzone napoletana che, praticamente, è dappertutto.

Suadente e passionale, è praticamente inarrestabile, con mia grande sorpresa un annetto fa, in un Paese in guerra, tra un allarme antiaereo e l’altro mi ritrovai nella piazza principale di Leopoli in un bar che mandava in loop, di continuo, i grandi classici della canzone napoletana, ma questa è un’altra storia. Tutt’oggi non so bene come descriverla al meglio, perché è qualcosa che va vissuta e ascoltata, va sentita e accarezzata… parliamo, infatti, di un racconto collettivo che da secoli accompagna la nostra storia, a cavallo tra tradizione popolare e poesia.

Un patrimonio che parla tutte le lingue del mondo

Stiamo parlando di un’identità culturale straordinaria che, a breve, potrebbe essere riconosciuta come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità da parte dell’UNESCO. La candidatura, sostenuta dal Governo italiano e da numerose realtà culturali, rappresenta un importante passo verso la valorizzazione internazionale di una delle espressioni musicali più celebri nel mondo.

La nostra scuola musicale nasce con le serenate ottocentesche e arriva a quei grandi classici che, ormai, sono conosciuti in ogni continente, superando confini geografici e linguistici. Te voglio bene assaje, Era de maggio, O sole mio e Torna a Surriento si possono considerare universali. Ad esempio, in Giappone, negli stadi, gli ultrà cantano una loro versione adattata di Funiculì Funiculà, questo per far capire al meglio la capacità di penetrazione della scuola musicale napoletana che, in altre parole, buca lo schermo.

'O Sole mio
Lo spartito di ‘O Sole mio

La candidatura UNESCO nasce dall’acquisita consapevolezza nazionale che questo straordinario repertorio non rappresenta soltanto un patrimonio musicale, ma è un archivio “vivo” della memoria partenopea. Attraverso i testi e le melodie, la nostra canzone ha diffuso e raccontato al mondo l’ammore, l’emigrazione, la nostalgia, le gioie e i dolori della vita quotidiana.

La sfida UNESCO tra tutela, memoria e identità culturale

Solo quest’anno il Ministero del Turismo ha annunciato la presentazione ufficiale della candidatura, accompagnata dalla preparazione di un dossier scientifico affidato a un gruppo di studio coordinato da Renzo Arbore, grande divulgatore della musica napoletana che, con la sua Orchestra Italiana, ha portato in giro nel mondo. L’iniziativa verrà lanciata con un grande evento nel Nord Est del Paese, all’Arena di Verona, alla presenza di artisti e rappresentanti internazionali, con l’obiettivo di dimostrare il valore storico, culturale e identitario di questo repertorio unico al mondo.

Il riconoscimento da parte dell’UNESCO sarebbe un passo importante, non solo per il valore simbolico ma perché ne favorirebbe la tutela, la ricerca, la diffusione e la trasmissione della tradizione musicale napoletana, rafforzando il ruolo della cultura come strumento di dialogo tra i popoli. In un’epoca caratterizzata dalla globalizzazione “spersonalizzante” e dalla rapida trasformazione dei linguaggi artistici, la salvaguardia di una grande tradizione come la nostra rappresenta una sfida fondamentale.


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Leggo e scrivo libri ma tranquilli, non vi contagio e, ovviamente, tifo Napoli
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Se ancora vale quel che disse il linguista Max Weinreich, cioè che una lingua è un dialetto con un esercito e una marina, allora possiamo tranquillamente affermare che il napoletano è una lingua a tutti gli effetti e la canzone napoletana è la sua portaerei. Discorsi linguistici a parte che tralasciamo tranquillamente in altre sedi, ricordo invece che nella mia infanzia si trova un trittico speciale, una trinità melodica che pone le sue basi in Tuppe tuppe, Marescià! e E Spingule francese mentre il suo vertice non poteva che essere ‘O surdato ‘nnammurato.

Mia nonna era solita cantare le prime due, mentre l’ultima è arrivata fino a me in versione “gracchiante”, trasportata dalle prime trasmissioni delle radioline sintonizzate con l’allora stadio San Paolo di Napoli durante 90° minuto ed è proprio così che avvenne la mia personalissima scoperta della canzone napoletana che, praticamente, è dappertutto.

Suadente e passionale, è praticamente inarrestabile, con mia grande sorpresa un annetto fa, in un Paese in guerra, tra un allarme antiaereo e l’altro mi ritrovai nella piazza principale di Leopoli in un bar che mandava in loop, di continuo, i grandi classici della canzone napoletana, ma questa è un’altra storia. Tutt’oggi non so bene come descriverla al meglio, perché è qualcosa che va vissuta e ascoltata, va sentita e accarezzata… parliamo, infatti, di un racconto collettivo che da secoli accompagna la nostra storia, a cavallo tra tradizione popolare e poesia.

Un patrimonio che parla tutte le lingue del mondo

Stiamo parlando di un’identità culturale straordinaria che, a breve, potrebbe essere riconosciuta come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità da parte dell’UNESCO. La candidatura, sostenuta dal Governo italiano e da numerose realtà culturali, rappresenta un importante passo verso la valorizzazione internazionale di una delle espressioni musicali più celebri nel mondo.

La nostra scuola musicale nasce con le serenate ottocentesche e arriva a quei grandi classici che, ormai, sono conosciuti in ogni continente, superando confini geografici e linguistici. Te voglio bene assaje, Era de maggio, O sole mio e Torna a Surriento si possono considerare universali. Ad esempio, in Giappone, negli stadi, gli ultrà cantano una loro versione adattata di Funiculì Funiculà, questo per far capire al meglio la capacità di penetrazione della scuola musicale napoletana che, in altre parole, buca lo schermo.

'O Sole mio
Lo spartito di ‘O Sole mio

La candidatura UNESCO nasce dall’acquisita consapevolezza nazionale che questo straordinario repertorio non rappresenta soltanto un patrimonio musicale, ma è un archivio “vivo” della memoria partenopea. Attraverso i testi e le melodie, la nostra canzone ha diffuso e raccontato al mondo l’ammore, l’emigrazione, la nostalgia, le gioie e i dolori della vita quotidiana.

La sfida UNESCO tra tutela, memoria e identità culturale

Solo quest’anno il Ministero del Turismo ha annunciato la presentazione ufficiale della candidatura, accompagnata dalla preparazione di un dossier scientifico affidato a un gruppo di studio coordinato da Renzo Arbore, grande divulgatore della musica napoletana che, con la sua Orchestra Italiana, ha portato in giro nel mondo. L’iniziativa verrà lanciata con un grande evento nel Nord Est del Paese, all’Arena di Verona, alla presenza di artisti e rappresentanti internazionali, con l’obiettivo di dimostrare il valore storico, culturale e identitario di questo repertorio unico al mondo.

Il riconoscimento da parte dell’UNESCO sarebbe un passo importante, non solo per il valore simbolico ma perché ne favorirebbe la tutela, la ricerca, la diffusione e la trasmissione della tradizione musicale napoletana, rafforzando il ruolo della cultura come strumento di dialogo tra i popoli. In un’epoca caratterizzata dalla globalizzazione “spersonalizzante” e dalla rapida trasformazione dei linguaggi artistici, la salvaguardia di una grande tradizione come la nostra rappresenta una sfida fondamentale.


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